
ATTESA DI LUCE
Prima edizione Acireale, giugno 2001
Giuseppe Bonanno editore
In copertina particolare di un'opera di Gustave Moreau
introduzione di Dario Bellezza
Quarta di copertina: nota di Riccardo Reim
Edizione esaurita
Un poeta omosessuale tra i più importanti del panorama italiano che meriterebbe che il pubblico gay, e non, lo comprasse, è Maurizio Gregorini. Di taglio sentimentale, la sua poesia meriterebbe maggiore udienza. Gregorini, con la sua scrittura evocativa e leggera, sonda l'eterno terreno dell'amore e lo fa con una grazia e con una lucidità notevole. Questi versi possiedono il dono di un'ampia risonanza, la necessità di semantizzare ogni gesto, ed un'attenzione particolare allo spazio circostante. Una poesia che circoscrive attentamente il proprio spazio di azione, con una espressione sempre dinamica, che imbastisce in modo disinvolto i suoi rapporti con l'interiorità e l'esterno, dimostrando una buona capacità di coordinare le immagini su uno sfondo di una ricerca non solo linguistica, ma anche esistenziale e morale, che ha esiti talvolta gnomici. Appare evidente anche un marcato egocentrismo poetico, conseguenza di queste pulsioni, che mescolandosi al vivo empirismo della scrittura, fecondo di sensazioni tattili-visive ed olfattive, contribuisce a concrezionare le immagini e ad accentuare il tentativo titanico di raccordare il proprio esperibile alla intera vicenda umana.
Dario Bellezza
“Luglio sorprende./ Mi trova impreparato”: altrettanto potrebbe dirsi dei versi di Maurizio Gregorin, che procedono sinuosi sulla pagina a braccetto, viene da dire, con un nutrito gruppo di (amorose?) amicizie di “mente e di intenti” –che vanno da Guillame Apollinaire a T. S. Eliot a Pier Paolo Pasolini a Dario Bellezza- vissute in punta di piedi e in punta di penna. Più ancora: a uno sguardo un po’ attento il ‘gioco’ (spesso lieve, lievissimo, ma mai superficiale) rimanda a certe perizie gongorine di assonanze e di ritmi, con cadenze altalenanti che danno ai versi l’immediatezza di una ballata, o meglio (forse, adesso, il ‘mestiere’ più vero di chi scrive affiora, e tutto sommato è giusto, avendo avuto solo strictim – non da lettore, però rapporti con la poesia) di una battuta teatrale: “Dario amava in particolar modo l’Ottocento…”, “Ti basti sapere che,/ entrando in casa/ mi sono accertato/ di aver chiuso la porta”… Fatti, persone, incidenti, ricordi, tutto viene annotato, ‘narrato’ in stringate parole, bisbigliato in un serrato colloquio senza pudori né misericordie: “Ottobre, ottobre!/ Mese da cui mi lascio/ mordere sapientemente!/ Coi tuoi semplici giorni/ ho costruito l’inferno/ dove ora vivo”… Un inferno, certo, ma anche questo apparentemente svagato e del tutto indubbiamente ‘romano’ come gli ocra delle tele di Scipione, come le parole che proprio ‘Dario’ (e non a caso l’ultima poesia del volumetto inizia col suo nome) diceva al tavolo di un caffè di Campo de’ Fiori sulla “oscenità” della gente e delle cose, senza nessuna acredine e senza troppo dolore: quel “sapere che la poesia/ punisce e non consola”.
Riccardo Reim