CONCHIGLIE

Prima edizione Roma, gennaio 1994

Fermenti editore, collana Iride

Introduzione di Luca Canali

Intervista all'autore di Max Tamanti

Edizione esaurita

 

   Gregorini scrive delle cose belle e altre meno riuscite. Credo che egli non abbia ben chiara la sua personale vena poetica. E’ come se in lui ci fossero due diversi poeti, due vene di poesia. La prima è quella del poeta lirico di tipo tradizionale, il lirico d’amore. L’amore in tutte le sue forme: disperazione, perversione, gioia, aggressività, ma in definitiva amore; insomma: Catullo. La seconda invece è una forte vena di poeta civile e satirico all’unisono. Quando Gregorini si scaglia contro il mondo, cade, non riesce a raggiungere livelli alti. Se dovessi fare una antologia delle sue poesie, o se dovessi prendere a caso un suo poema, non so, la “Prigione dell’aurora”, ecco in tute le venti o venticinque stanze che la compongono, ne salverei quattro o cinque che sono molto belle, mentre il resto lo lascerei di contorno. Infatti quelle poche stanze, molto belle e significative, rientrano nella ispirazione della lirica d’amore, una lirica dove si può infilare di tutto: l’insulto, l’amicizia, la bellezza. Gregorini in certe cose è come Catullo e lì è molto bello, mentre in altre è come Giovenale, con l’indignazione di Giovenale che diceva: “Se non ci pensa la natura personale del poeta a fare i versi, ci pensa l’indignazione”. Secondo me, l’indignazione non fa il verso, forse li fa per Giovenale, ma ad esempio, per Gregorini no. Perché egli nelle poesie d’amore riesce a trovare il linguaggio giusto, mentre in quelle politiche e satiriche, quando si scaglia contro il mondo e le cose, il suo linguaggio diventa greve e impersonale. La poesia deve anche stupire. E certi versi, certe associazioni di sue idee, stupiscono.

Luca Canali

 

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