gusto in bocca

 

GUSTO IN BOCCA (Versi in rete) 1976 – 2002

Roma, marzo 2006

In copertina: Gusto in bocca di Antonello Morsillo

Edito solo sul web

 

 

 

Ed io, che sono come un gatto in cerca tra i rifiuti,

non vedo il cerchio compatto del tuo amore.

 

 

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Cantare il profumo dell’anima e

del corpo: per questo son nato.

Io, che di ben altra passione

avrei voluto morire.

 

 

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Dovrei ringraziarti o Dio

di avermi eletto portavoce

della tua grandezza interminabile?

Dovrei pregarti invano

per non farti gettare acqua

nel braciere della

mia musa ispiratrice?

No, no – nessuna riconoscenza.

Mi hai reso schiavo della bellezza.

Servo della eleganza e della parola.

No, non ti rendo omaggio per avermi creato

e poi rinchiuso in una rosa rossa

che mai veramente si dischiude.

 

 

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La tua rosata bocca sulle mie labbra infrante.

 

 

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Ecco che col sonno

sopraggiunge l’esclamazione:

poter contemplare la

importanza della stanchezza.

Scoprire i tuoi occhi di dolore

e, certi dell’enigma, essere nel sogno

parola del tuo verso

rugiada della tua sete.

 

 

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Salti, volteggi, balbetti

ti incupisci e te ne vai.

Oh!, clandestino indomito del cuore.

Mai riesco a cogliere

chi veramente tu sia.

 

 

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Il cerchio della luna sta per infrangersi.

Non possiedo più umane parole da versarti.

Né ho lacrime da spendere

sulla voragine del tuo stupido cuore.

 

 

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Il dolore, così di volta in volta

mollemente costruito, subito andrebbe

dato in pasto ai cani – perché del tuo

passaggio non resti segno alcuno.

 

 

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Ah! Sei tu che chiedi gridi urli aiuto?

Sì, sì lo sento. Ne sono certo. Ti riconosco.

Ma ti assicuro: mai più entreranno

da queste porte le tue insidie di diavolo.

 

 

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Mai intuirai il dolore che mi hai

procurato. E mi consuma l’idea di

saperti illeso mentre sono in viaggio

per l’acrobatica discesa della luna.

 

 

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Spesso riaffiora dentro di me

il candore ingenuo di una scelta

per un uomo che possa contenere

nelle sue mani il mio mondo bambino.

Ma è orami crollato il muro dell’inganno.

La delusione ha trovato casa

nelle labbra e nei miei sensi.

Furtivamente si è intromessa, lacerandomi.

Oh innocenza! Asta e pudore infuocato

che oggi più di allora ferisci.

 

 

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E mi punge vaghezza della tua

strana bizzarra addormentata posa.

 

 

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Tu, proprio tu Flavio,

orribile piaga

di un verso incompreso,

siedi sul trono dell’amore

e ti credi bello.

Doverosa e profonda follia

in questa mattinata gloriosa

d’onore e di pace assoluta,

io slabbro la metamorfosi

di una funebre indipendenza

mista a petali di rose.

E troppo son sazio dei tuoi baci

e del tuo cazzo

perché possa attendere che la morte

mi consegni il tuo misero corpo

che inchioderò su tutte le porte di Roma

affinché l’infamia ti accolga, maledetto,

e il mondo sappia chi in realtà sei.

 

 

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Essere angeli e poter spezzare

quell’esile filo che congiunge

alla divina luminosità

immunizzandone il respiro.

 

Ma amare con peccato un ragazzo

è voluminosamente un concetto genuino:

il suo ardore sulla pelle

e l’odore del sudore nelle narici.

 

 

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Tutte le stelle dell’amore

sono piene del tepore di quest’aria

che si aggira sui tuoi occhi laceranti

liberi di penetrare

e di credere che tutto sia storia.

 

 

*****

 

 

 

Quale ardore gettavi nelle voglie

vedendoti toccare il punto debole.

E come martellante è il suono della colpa

lo è anche il mio risveglio.

 

 

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Castigate angeli lo splendore

poiché dì lì esce il male

e come demonio sosta nel corpo.

Acida sostanza gelidamente femminea

accolta nella vista di quest’uomo.

 

 

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No, non puoi ottenere tutto ciò che vuoi.

Io non sono l’appagamento dello sfogo.

Né la visione conciliante

del tuo prodotto di assassino.

 

 

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Di animo colorato sono, come l’aquilone.

Voglioso di volteggi e spazi liberi.

Ma per sempre mostruosamente sottomesso

al comando di braccia sconosciute.

 

 

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Dimmi cuore, sono io il figlio selvaggio

che tutte le sere attendi innervosito

sulla porta della tua casa?

Dimmelo ti prego, perché verrà il giorno

del giudizio. Arriverà avvolto e rinchiuso

dalle vene del sangue di Cristo

per riprendersi l’urlo

di un arcangelo dell’amore

che soffre per l’oscurità della terra

e vuole riposare in eterno.

Nella luce di una morte che mai consuma.

 

 

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Malinconia arriva tardi la sera.

Io non sono pronto a spegnere la bellezza.

L’arcobaleno taglia il volo degli uccelli.

Il marinaio fugge con la barca del crepuscolo

mentre saggio e felice

frantumo il nascondiglio della luna.

 

 

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Chissà che pene e tormenti

m’attenderanno al ritorno

per aver violato leggi e ordini.

Tengo aperta la porta della stanza,

ti aspetto, le vanità della testa

incoronano fiori e ghirlande

dando gioia trepida all’attesa.

Oh amore, so che tu sei, arriverai

e anche se a occhi chiusi

cederò alla stanchezza,

tu, insieme autorità e natura del creato,

mai potrai addolcire i mie sogni traviati.

 

 

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Dispetti patimenti urla

silenzi e spazi per i dolori:

la barca del nulla ha lasciato

cadere i suoi rami nel fiume:

oggi è festa per tutti i miei sensi.

Il canto ha schiuma nella bocca,

scintilla la verità e appassisce:

i miei occhi sono una corona,

il cuore e l’anima diamanti

della tua amara benedizione.

 

 

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E’ il canto un vespro in tuo onore?

Tanto sciocco da credere che

la mia vanità in errore non sia,

questa poesia –piccolo scrigno,

intonato fiore del suo frutto-

serba solo per sé il segreto.

 

 

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Quale gioia nel capire che sei

solo Tu il mio Signore.

Stamane il mostro non s’è nutrito

col resto delle mie viscere,

il fuoco in polvere ha ridotto

la inutile guarigione della vecchia offesa.

E volere accanto a sé ogni

forma di movimento, una creatura angelica,

l’infinito duraturo bacio dell’amante

e su ogni cosa, il silenzio sovraumano

del Tuo giudizio celeste.

 

 

******

 

 

No, non mi atterrisce l’idea

di vivere col tuo respiro,

di distribuire cibo sulle palpebre

ridurmi a grotta per meglio

accogliere il dolce tuo seme.

E assetato, implacabile, inarrestabile

tu vieni, col tempo e i suoi ruggiti:

della mia carne fai cenere,

con le ossa costruisci la radiante

dimora del nostro sonno gemello.

 

 

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Di nuovo non devo cedere alla tentazione

di un canto sporco e interminabile.

Che sia l’invocato infanzia

a decidere il combattimento.

Né tu né io concederci altro tempo possiamo.

Come attenti falchi che in alto sospesi

puntano la preda, anche noi vogliamo

la leggerezza del volo, l’inconsistenza dell’essere.

 

 

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Quale canzone cerca di darTi il cuore?

Trasparente è l’inno, negata l’aurora.

Sono il potente cerchio che schiaccia

l’entrata del tuo passaggio segreto.

E nulla m’è consentito,

neppure la forza della mia ragione.

 

 

******

Se coi suoi riflessi

la luna io temo,

più non mi attanaglia

la notte chimerica.

Ora un nuovo desiderio

abita le mie mura.

Abbraccio il pallido fiore.

Odora nel buio il tuo fresco respiro

e tutto arde nell’amore.

 

 

******

 

 

Che sia la mia scrittura

esercizio di pulizia

uno scivoloso tronco

a cui mai potrò

legare

un cuore semplice

agognato amore

in pianto ferito

o folle puro tramonto

di vergine fulminato?

 

 

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Mai come prigioniero.

ObbedirTi, l’unica cosa

per il tempo che viene

meno. Prendere o lasciare

il mondo, o interminabili viaggiare

verso la tua dimora

signora della morte annientatrice.

 

 

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So che di me farai

il riposo assoluto, immobile

del Tuo virile regno divino.

 

 

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Rivelazione di lingua e fuoco:

innocua innocente parabola:

anticipazione velenosa della Tua sete.

 

 

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Mutevole oscillante rovina del mio cuore!

Mondo superiore m’è l’anima mia:

…già avverto il suono della Tua voce.

Il senso del Tuo richiamo.

 

 

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Stupiti da tale

accadimento lontano

rientrare incosciamente

nella irrealtà dell’eterno..

Così anche alla mia morte:

banca esposizione di luce

contemplazione dell’intelletto,

voglia di sapore

del mio stesso seme.

 

 

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Attesa nutre fiori e frutti.

Getta luce sui tramonti.

Quanto le meraviglie,

che ogni silenzio annullano.

 

 

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La tua insidiosa monelleria

a dispetto della ingenua

mansuetudine del mio cuore.

 

 

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Angelo, messaggero e voce di parole,

se per oscure ragioni

ti trovassi a respirare follia

nella luce di un’alba sapiente

(ah!, dividere l’universo

tra mondo sommerso

e spirito in fiamme),

ti scongiuro:

disciogli il pensiero

dello splendido viaggio.

E se in una terra di confine

io attendessi il tuo passaggio…

 

 

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…per darmi ancora a te,

superando ogni limite.

Certo di naufragare

nelle acque limpide del tuo nome.

E di nuovo osare

ciò che tramandare non è possibile:

esplorare, godere e poi deviare

la nostra ultima notte.

Ma se tu te ne fuggissi,

se così non accadesse

e dovessi io intonare

un’altra perita,

oh – se così fosse,

sappi che la mia

sarà una amara vendetta.

 

 

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Agosto geme

sotto infocato sole.

Ancora versi

tra i miei riccioli d’argento

che tu non vorrai capire.

E disordine! disordine!,

per l’arrossamento

delle tue mani chiuse.

 

 

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Come nervo saettante

il fiume di questa nostra passione

imprigiona tutto il mio pensiero.

 

 

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Potersi immergere nei petali di una rosa!

Alta visione sarebbe

consegnarmi puro alla morte.

 

 

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Ottobre, ottobre!

Mese da cui mi lascio

mordere sapientemente!

Coi tuoi semplici giorni

ho costruito l’inferno

dove ora vivo.

 

 

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Nell’attesa di un’alba

spuma l’ancestrale possedimento

della immagine.

…Contare nella misericordia

di un tuo perdono…

…con forza scivolare

nell’onda lasciva del tuo riso…

…eco di una fiamma…

Pregna del suo bianco dolore,

muta la luna.

 

 

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Colmo di linee e impressioni

appare Novembre. In esso

l’intuizione che voglie miserabili

non sono il paradiso.

Quale miracolo turbolento!

Insolito, ci mostra il passaggio

di una promiscuità tutta rossa,

quasi fosse frutto

di un campo di battaglia.

Poi, al calare della sera,

come agevolato da

una visione remota,

infilarsi dolcemente

nel tiepido autunno.

Oscuramento dei sensi

che devasta la mia ragione.

 

 

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Ah! Entra dicembre.

Tu dici “il mio amore”:

quale altra maschera

può offrire ancora?

Resto qui, col peso sul cuore,

perso nella stanchezza crudele

penetrante, dell’ultima tempesta.

Non un velo di tristezza

conosce la mia gioia

di essere solo stanotte.

Ti basti sapere che,

entrando in casa,

mi sono accertato

di aver chiuso la porta.

 

 

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Dario amava in particolar modo l’Ottocento.

E, dell’Ottocento,

conservava una visione tuta sua.

Anch’io, da poeta, avrei desiderato

vivere quel tempo:

legarsi al ritmo delle ore

senza alcuna frenesia;

seduti sul ciglio di una strada polverosa

intrattenersi con qualche cane che ti fa festa.

Con curiosità notare

il passeggiare delle carrozze

e, timidamente,

sorridere innocenti a chi ci viene incontro.

Intendi, cose comuni inaudite e semplici,

brevi cose di tutti i giorni.

Poi, nella notte,

consumata a lume di candela,

intuire di essere pioniere

di altra lirica,

sapere che la poesia

punisce e non consola.

 

 

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Sì, mi immergo in un oceano misterioso:

nulla di quel che accade al poeta

deve andar perduto:

sai, mi si frantuma il cuore

nel pensarti ancora:

vorrei la consapevolezza dolorosa

di una mia mutilazione,

per fiorire di nuovo nel bianco segreto.

 

 

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Le stelle brillano lucide in cielo.

Un velo di nebbia, a tratti,

oscura un lato del mio miraggio.

 

Cos’ha di tanto bello

La luna stasera?

 

 

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Il sangue si arresta nella gola.

E dentro vi si adagia

quasi fosse la sua tomba.

Occhio e stranezza dell’ombra

amanti e lottatori

riemergono in bellezza.

Come grida assassine, rosse,

o gloriose labbra di fiori.

 

 

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Natura e cose della debolezza!

Quasi quello di un delfino

il respiro, consapevole

di un silenzio incerto, segreto.

 

O dolce quiete!

Altro, altro ciclo attende l’anima.

E io lo so, tra breve

tra breve sarò pronto.

 

 

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Sembra dormire l’amore.

Ed è sonno dolce, rigoglioso.

Morte che nessun amante

vorrebbe nel cuore.

Stupore nitido e puro

che umilia amplessi e parole.

 

 

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Risplende nelle arcate infinite

lo spirito di chi sudando sfiorò

l’azzurro di un sogno mai sognato.

E mentre avanza agonizzante e lenta

la luce rassicurante della notte…

 

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