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IL MALE DI DARIO BELLEZZA Prima edizione Viterbo, marzo 2006 Stampa Alternativa editore Sottotitolo: vita e morte di un poeta
INTERVISTA A MAURIZIO GREGORINI uscita sul quotidiano La Voce 30 marzo 2006
Esattamente dieci anni fa, il 31 marzo del 1996, moriva di AIDS il poeta Dario Bellezza. Lo scrittore poeta e giornalista romano Maurizio Gregorini omaggia Dario Bellezza con un volume scioccante, crudo, in cui ripercorre gli ultimi giorni terribili del lirico e chiama, in veste di testimoni, alcuni dei massimi intellettuali italiani quali Elio Pecora, Enzo Siciliano, Luca Canali, Adele Cambria, Barbara Alberti e Maria Luisa Spaziani a tracciare non solo un ricordo, ma un vero spaccato esistenziale su di un uomo che, nel panorama abbastanza freddo, accademico-conformista, della poesia del Novecento italiano, fu definito da Pier Paolo Pasolini il “Miglior poeta della sua generazione”. Il libro di Maurizio Gregorini, edito da Stampa Alternativa, e intitolato Il Male di Dario Bellezza (sottotitolo ‘Vita e morte di un poeta’, 210 pagine, 13,00 euro) porta nelle librerie -come ha annotato Cinzia Fiori sul Corriere della Sera- “La morte in diretta, con un diario crudo, consegnato ai lettori quale gesto di giustizia”. Ma è pure una documentazione reale su come muore oggi un poeta in Italia: “Abbandonato, impoverito, quasi miserevole nello scoprire che l’arte, in fin dei conti, è solo finzione; che alla fine resta solo la miseria della vita”, come ha suggerito Giuseppe De Grassi recensendo l’opera per “Il Giornale del Mattino”, concludendo di leggere senza ombra di dubbio il libro di Gregorini affinché si capisca “perché i poeti non dovrebbero morire mai. Dovrebbero avere la stessa potenza dei loro versi: l’immortalità.
Quale importanza occupa Il male di Dario Bellezza nel panorama letterario italiano?
"Oserei dire significativa, oltre che unica. Con lo scorrere del tempo e con la storicizzazione della sua fine, possiamo intrattenerci a parlare di Bellezza senza creare alcun tipo di fastidio, sia per la vicenda che la sua morte per AIDS causò, sia per le calunnie che ne seguirono, calunnie in cui anch’io rimasi coinvolto. Ho scritto un nuovo libro su di lui per l’empatia provata e per il fatto che, insieme a Pier Paolo Pasolini e Sandro Penna, credo resti -a mio umile avviso- uno tra i massimi cantori dell’omosessualità in versi che il Novecento ci abbia saputo donare. Resto convinto della idea che ogni poeta, invece di contemplare solo il proprio ombelico credendo che gli altri ritengano l’accadimento importante per il resto del mondo, debba piuttosto saper mettere a servizio il suo tempo agli altri. Lo riferisco perché, essendo io un poeta, non nascondo che, occupandomi della figura di Dario Bellezza, continui in qualche modo a produrre versi. Ma il mio è anche un omaggio affettuoso al coraggio di un poeta scomodo, insolito; al fatto che, sebbene ciò possa apparire scandaloso, Dario Bellezza aveva una umanità rara, difficile da rintracciare nei poeti italiani contemporanei. Per cui, ora che gli editori non sembrano interessati a ristamparne l’opera, adesso che vi è necessità di riscoprirne il valore, credo che il mio libro giunga a colmare un vuoto, un disinteresse scandaloso. Infine non si può nascondere come Il male di Dario Bellezza resta l’unica testimonianza, per quanto possibile compiuta, del dramma della sua morte”.
Dopo tanti anni, poeticamente cosa le resta di questa esperienza?
“Non so. Sebbene il tempo sappia dare le risposte giuste, io non mi sono ancora né interrogato sulla vicenda capitatami, tanto meno risposto al riguardo. A me preme che si avverta quanto Il male di Dario Bellezza non sia l’incontro idilliaco tra due lirici, bensì la documentazione di una tragedia dove, ad emergere è soprattutto il rapporto umano. Qui c’è l’accompagnamento verso la morte di un uomo che, riscontro del tutto casuale nell’evento, è anche poeta. Quando parlo di accompagnamento intendo dire l’aiutare il prossimo -e sé stessi, non v’è dubbio- ad affrontare la morte. Sebbene, ora più che nel passato, la morte è da noi vissuta quale fatto clinico, va ricordato che essa è qualcosa di più: un accadimento alto, emotivamente psicologico, il lascito spirituale della persona che conclude il suo ciclo vitale; nonché un modo forte, duro, di affermare il principio della vita. Noi non possiamo nascondere il dolore, la sofferenza, credendo che l’esistenza sia altrove. Darsi alla fuga non aiuta: essere accanto ad un malato che muore dà pienezza alla nostra vita miserevole. La morte c’è (è l’unico evento a cui non ci si può sottrarre e che sfugge alle nostre scelte), e viverla significa accettare la impermanenza dell’esistenza. Toccarla con mano vuol dire accorgersi di come sia preziosa la vita. Ribadisco che morire non è un evento clinico, ma il sopraggiungere dell’unica vera relazione: con quel che chiamiamo Dio, con noi stessi, coi familiari e amici, con la verità possibile. Innanzi alla morte ci si interroga sul valore profondo della vita. Dunque, tentando di rispondere esaustivamente alla sua domanda, direi che sì, la morte di Dario Bellezza è stata per me il raggiungimento della vetta di un possibile dialogo poetico. Perché alla fine Bellezza si è spento chiedendosi, come capita ad ogni essere sensibile, se nella sua vita aveva amato ed era stato amato. Ma non si tratta dell’amore sessuale o passionale che coinvolge le nostre meschine cose quotidiane, bensì di quella compassione che rende sacro l’amore, vale a dire l’impegno di essere presenti su questa terra confidando nella gentilezza reciproca. Solo allora il morente diviene maestro di saggezza, quello che solitamente erano portati a fare i monaci buddisti scrivendo, poco prima di morire, quegli haikù testamentari della loro esperienza di vita. E questo trovo sia un fatto realmente poetico, slegato da qualsiasi interesse”.
Mi scusi se mi intrattengo di nuovo sulla questione della morte, ma…
“Non c’è nulla di che scusarsi. Perché nascondere il valore di un libro centrato sulla morte e del dover morire? Mica si può essere sempre ottimisti; nel senso che non si possono raccontare bugie. Bisogna continuare a far finta che la morte non ci sia?, che si tratti di una brutta favola che non riguarda noi?, non accettare che forse è l’unico atto della nostra vita che non possiamo programmare? Per infine allontanarne la sua presenza costante? Oh!, ma ciò significa restare ciechi, rimuovere inconsciamente un fatto spiacevole. La realtà, la dura realtà della vita, è che la morte c’è. L’esperienza orientale ci insegna che la vita non è senza la morte, e che la morte genera di nuovo una vita. Altri ha già commentato prima di me come saper conoscere la morte, accettandola quale accadimento che può giungere in qualsiasi istante avvolgendoci; dunque prepararsi a morire con coscienziosa lucidità significa conoscere pienamente la vita imparando a vivere. Ecco perché ritengo doveroso leggere la testimonianza di Dario Bellezza sulla morte e il dover morire. Una morte la sua, lo ripeto, vissuta cogli occhi del poeta, col sentire del poeta e coll’esperienza crudelmente devastante di come nemmeno la poesia ci possa salvare dall’inevitabile”.
La poesia, appunto. Lei è poeta. Come vive la poesia?
“Dico sempre che, su di me, il destino sia stato, poeticamente, intimamente capriccioso. Ecco perché, in questi ultimi anni, mi definisco poeta degli addii. Sì, degli addii, poiché tutto quello che al nostro occhio appare in maniera salda, stabile, nel profondo di sé muta impercettibilmente. E l’avvenimento della morte lo testimonia pienamente. Ad ogni modo continuo a restare forestiero dei miei versi; quel che mi preme attualmente è di potermi disfare del senso del tempo, restando indifferente al suo vertiginoso passaggio. Forse la mia poesia attuale risente di un simile concetto metafisico, espresso nelle mie brevi d’amore. Magari è una poesia dove vive una sorta di vuoto, di nulla, che diviene semina per il futuro, tant’è che mi ritrovo a scrivere racconti con la stessa attenzione e lo stesso sentimento con cui mi nutro di poesia. Del resto, non invecchio precocemente per aver accettato il sentimento d’amore che solo la vera poesia sa dare? Ma soprattutto la coscienza di una poesia ancora possibile mi dà l’arroganza di credere che tuttora io non mi sia affatto bruciato, svenduto, come dire?, di aver saputo salvare la mia vita”.
Spesso nelle sue interviste lei parla di svendita, di prostituzione. Sta co-conducendo, insieme a Patrizio Amabili, la nuova edizione di “Outing”, talk show di tematiche gay ideato da Francesco Caltagirone e in onda su Teleroma 56, un programma, pare, divenuto un vero e proprio cult televisivo. Ribadisco che lei è poeta, uno scrittore di certo spessore: non le sembra che presentando un programma simile svenda sé stesso a favore di un egocentrismo fuorviante?
“Può darsi. Ma in una società quale la nostra essere poeta come lo si poteva essere nell’Ottocento non serve a nulla. Su questo Dario Bellezza, nel mio libro, dà una risposta, oltre che chiara, definitiva. E poi, egocentrismo di che? Sono molto contento di lavorare con Patrizio Amabili e coll’intero staff della trasmissione. Le assicuro che in ‘Outing’ vi sono dei rapporti umani tra di noi difficilmente rintracciabili altrove e lo testimoniano non solo gli ospiti che vi partecipano con la rivelazione dell’esperienza delle loro vite, ma anche le molte e-mail pervenute e le centinaia di telefonate ricevute in diretta. Capisco come forse le risulta difficile crederlo, ma guardi che i poeti non sono poi così diversi dal resto dell’umanità: facendo colazione con altri al mattino sono capaci di bisticciare per una semplice dose di marmellata o caffellatte. Le dico questo per farle comprendere come anche i poeti necessitano di una volgare normale quotidianità per poi poter elevare, senza fronzoli alcuni, la magnificenza unicamente irripetibile del loro canto. Non è poi da tralasciare una questione magari opinabile, ossia che i poeti veri sono come i bambini piccoli, nel senso che la loro vita intera diviene un divertimento giocoso irrinunciabile anche se, proprio in virtù di ciò e contraddittoriamente a quel che le ho riferito un attimo fa, i poeti sono creature psicologicamente fragili, indifese. Lo ammetto in virtù del fatto che solo coloro che possiedono la consapevolezza di un animo profondo sono, in fin dei conti, degli autodistruttivi, creature che molto spesso pensano al suicidio. Inutile negare o far finta che chi è superficiale, o vive la sua vita con frivolezza, ha più possibilità di restare immune innanzi agli eventi crudeli della vita”.
Si ritiene felice?
“Proprio felice non direi. Appagato sì. Ho la fortuna di essere seguito da alcuni amici, presenze quotidiane nella mia vita da me considerate fondamentali come Letizia Signorini, Antonio Rollo, Raffaella Belli, mia sorella e di altre nuove quali Antonello Morsillo, Claudio Catalano che col compagno Lorenzo considero persone di famiglia. Ciò significa molto per me. La felicità? Penso sia da rintracciare nelle cose minime a cui non si presta attenzione specifica. Le do un esempio. Alla presentazione del mio libro presso l’Aula Magna dell’Accademia delle Belle Arti di Roma, mia madre si è presentata con un dono inaspettato: due quaderni per scrivere rilegati a mano, di fattura indiana, con una sovraccoperta di tessuto cucita artigianalmente. Lei non ci crederà ma, tornato a casa, scivolato di nuovo nella mia misantropia, ho iniziato a tenerli tra le mani stregato dalla loro bellezza, infine rendendomi conto di come un gesto così intimamente affettuoso quale quello donatomi da mia madre possa benissimo essere non solo una riconoscenza, ma l’abbraccio compassionevole che nobilita le cose minime del mondo intorno a noi. A lei non sembra l’inizio certo di una felicità possibile?”.
Intervista a Maurizio Gregorini 07/03/2006
Quale motivazione l’ha spinta ad ampliare il testo su Dario Bellezza apparso anni or sono, ma esaurito da tempo?
“In prima istanza il fatto che cadeva il decennale dalla sua morte, avvenuta come si sa per AIDS il 31 marzo del 1996. Inoltre trovavo incompleto il volume edito da Castelvecchi. Mi spiego: scrissi quel libro in risposta alle accuse lanciatemi da alcune persone e, nello scriverlo, ero coinvolto soprattutto nel difendermi dalle calunnie. Per cui mi imposi una risposta chiara: era mia intenzione soffermarmi soprattutto sugli ultimi tempi della vita di Bellezza, sulla questione dell’AIDS, andando così a tralasciare aspetti decisamente significativi della sua esistenza. Si tenga conto che scrissi il libro in soli due mesi. Poi, con lo scorrere degli anni e con la storicizzazione della sua morte, avvertivo dentro di me la necessità di rendergli omaggio in una maniera più esaustiva. Una empatia che provo per lui, per i suoi versi e che non mi accade per altri. E poi, perché negare l’aiuto disinteressato che egli ebbe per la mia opera, presentandone gratuitamente i volumi e ponendomi, in un certo senso, alla attenzione dei critici? Da parte mia un debito di affetto nei suoi confronti, debito che non ho mai dimenticato. Ora che gli editori non sembrano interessati a ristamparne l’opera, adesso che vi è necessità di riscoprirne il valore, credo che il mio libro giunga a colmare un vuoto, un disinteresse scandaloso”.
In che modo si è deciso per l’ampliamento?
“Nel completare l’edizione attuale, ho riascoltato con pazienza le cassette audio che ho presso di me, incise nel corso del tempo di frequentazione con Dario, materiale servito a recuperare quei pezzi scartati precedentemente e che adesso ne hanno permesso il sostanzioso ampliamento. Ampliamento che riguarda soprattutto la parte del Diario e del Colloquio dove il pensiero di Dario, riflettendo stati d’animo e pensieri dell’arco di un decennio, incontra inevitabili ripetizioni. Ripetizione da me volutamente lasciate, non solo perché si potesse avere la sensazione di un cammino lento, percorso su di una strada che riconduceva al punto di partenza, ma anche perché era proprio di Bellezza tornare con insistenza, quasi con enfasi –e quasi egli presagisse il destino della sua opera- sui temi a lui cari (soprattutto la convinzione di non meritare affatto l’amore): insomma una ascesa/discesa verso abissi e vette, in un altalena ininterrotta di emozioni e stati d’animo contraddittori. Se nel 1997, in quanto tempi allora non erano maturi, il mio libro apparve in forma ridotta, adesso ribadisco che la distanza degli avvenimenti ci consente di guardarli con maggiore lucidità. Anche se ciò può infastidire più di qualcuno, Il male di Dario Bellezza resta l’unica testimonianza, per quanto possibile compiuta, del dramma della sua morte. Ma anche di un trama che mi ha accompagnato per molto tempo; ecco perché considero l’attuale la mia opera definitiva sul poeta; non vi tornerò mai più sopra. Finalmente si tratta di un capitolo chiuso della mia vita”.
Nell’avvertenza posta a codicillo dell’opera lei avverte che, alla pubblicazione del suo volume, i materiali su cui si è basato per realizzare i due libri su Bellezza saranno distrutti.
“Sì, è vero, li distruggerò. Ma lei deve però tenere conto del carattere impossibile di Dario Bellezza, un uomo capricciosamente detestabile. E lo affermo nel senso buono. Voglio dire, viveva del chiacchiericcio continuo, si divertiva -come ha affermato ampiamente e scherzosamente Enzo Siciliano- ad indossare i panni della portiera. Vestizione che gli riusciva perfettamente. Per cui, capirà da solo che si tratta di materiale infuocato. E mi riferisco non a materiali cartacei, ma soprattutto alle registrazioni incise sul magnetofono. Ora, siccome io non amo alimentare discussioni e preferendo, per me, una sorta di esilio impostomi, nella nota al libro rassicuro quei pochi conoscenti che in continuazione chiedono di poter visionare, o di ascoltare, i dattiloscritti della mia opera su Bellezza. Alcuni di loro addirittura si spingono oltre, fino a chiedere -pur con garbo e gentilezza- se avessi voglia di donargli qualche audiocassetta. Ma le pare sensato? Si tratta di registrazioni in cui Dario non ha risparmiato commenti ironici, a volte particolarmente feroci –da me omessi per la redazione del secondo volume su di lui- su chiunque abbia intrattenuto col poeta rapporti di amicizia o di lavoro. Per questo i materiali che tanto agognano saranno, per mia precisa volontà, distrutti. I loro contenuti, che potrebbero alimentare polemiche e veleni di cui non si sente alcun bisogno, è bene che restino preservati da orecchi indiscreti per sempre e la loro unica testimonianza sarà, appunto, il mio nuovo libro. Questa gente non immagina nemmeno in lontananza in che modo Dario si sia espresso sulle loro vite e sulle loro opere. Perciò, piuttosto che rompermi continuamente i coglioni, dovrebbero ringraziarmi se ho optato per la distruzione e non per una eventuale pubblicazione. Pubblicazione che avrebbe decretato la condanna a morte per molti di loro”.
Non crede si tratti di una scelta che alimenterà altre indiscrezioni?
“Senta, abbia pazienza, come non mi sono voluto invischiare nelle polemiche che sono seguite alla pubblicazione di Morte di Bellezza, le assicuro che non mi lascerò invischiare nelle eventuali discussioni che Il male di Dario Bellezza scatenerà. Non sono interessato alle controversie e non ho tempo da perdere. Piuttosto che nutrire veleni, questa gente si occupasse di Dario e della sua opera, che sarebbe meglio. Ma poi, non fu Paolo Mosca ad affermare che la morte di un poeta è sempre più violenta di quanto lo possa essere quella di una persona comune? Dario Bellezza, come Pier Paolo Pasolini, è uno tra i pochi poeti che sono riusciti a non farsi strumentalizzare nemmeno dal mondo letterario. E ha pagato caro per questo, per l’onestà della sua scelta, scelta in cui sento di essere incluso. Al suo stesso modo, nemmeno io mi sono mai schierato con nessuno, sono e resto libero, come dovrebbe essere ogni poeta vero. Nessuno ha mai capito da che parte stesse Bellezza e nessuno comprende da quale parte possa stare io. Non me ne frega nulla se sono e vengo trattato da outsider. Non mi riguarda. La mia vita è ben più importante della poesia stessa. Comunque, su Dario ho scritto abbastanza e non intendo aggiungere altro. Ad ogni modo, se qualcuno dovesse essere interessato ad un mio giudizio poetico su di lui -e dubito che questo qualcuno vi sia-, ebbene questi può leggere Il male di Bellezza, ora divenuto un vero saggio biografico”.
Anche stavolta il linguaggio utilizzato per scrivere il libro è asciutto, tachicardico, percussionistico, dove pure il dolore si colora di rabbia. E’ una scelta voluta?
“Lei usa le stesse parole con cui si espresse Renzo Paris firmando la postfazione alla edizione castelvecchiana. Io non saprei dire. Ma, al di là della morte in diretta, la sensazione percettibilmente viva di un disagio -adesso come allora- c’è. So bene come l’intensità della vicenda venga riportata con uno stile adeguato all’argomento vita-poesia-AIDS-morte, stile che può stupire anche il lettore meno coinvolto. Non è poi da tralasciare la mia è formazione poetica, che di certo non aiuta la scrittura di una narrativa possibile, narrativa spesso frutto dell’immaginazione.
Nel Novecento, quale posto occupa Dario Bellezza?
“Non posso e non so risponderle, poiché è un tema che potrebbe trattare solo uno storico della letteratura, quale io non sono. Sono e resto un poeta, non un critico. Però, se vuole, le posso esprimere la mia intimità di vivere la poesia. Comunque, la sola azione che m’ha portato a scrivere un altro libro su di lui, sulla sua opera, testimonia non solo la mia empatia per la sua scrittura, ma anche l’importanza esclusiva che egli ha dopo Pier Paolo Pasolini e Sandro Penna. Cosa le debbo dire? Non amo in maniera particolare i poeti italiani; gran parte di loro sono e restano degli stronzi accademici che credono di avere la verità della rivelazione; figuriamoci, riescono a prendere sul serio anche l’ispirazione poetica credendosi grandi, unici. Non vivono la poesia come un dono da offrire al prossimo, al mondo. Pensano esclusivamente alle loro miserevoli carriere; mi disgustano. Un mio risentimento? Davvero crede questo? Affatto. Lei cade in un errore madornale. Per quel che mi comporta, non mi preoccupo di essere accettato, letto. Se penso al povero Blake, al fatto che le sue visioni abbiano dovuto attendere duecento anni per essere considerate o a Catullo, morto poco più che trentenne, io non mi posso certo lamentare. Lo stesso discorso vale per l’opera di Dino Campana e per quella di Antonia Pozzi, due poeti che avverto enormemente. Il mio nume tutelare? E’ stato e rimane David Maria Turoldo, l’unico nel Novecento a saper fondere in una lingua tutta sua l’umano e il divino, con uno slancio lirico ed una intuizione teologica che né Clemente Rebora, tanto meno Giovanni della Croce, hanno potuto raggiungere”.
Ma la prego, lei non può permettersi di tralasciare nomi quali Montale, Ungaretti, Caproni o Luzi.
“Che noia! Sempre le stesse inutili cose. Della lagnosità verbale di Caproni, dell’incomprensibilità ermetica di Luzi e della ombrosa vaghezza di un Guido Gozzano non me ne importa un cazzo, ne faccio volentieri a meno; mica devo vivere per punirmi di qualcosa. E poi non le ho risposto che il pubblico non debba leggerne i libri. Ognuno legge ciò che più gli garba. Le ho solo affermato che si tratta di voci che non mi interessano; io li trovo poeti adatti alla famiglia tradizionale, adatti alla provincialità del nostro paese. E a loro opera aggiungo anche parte di quella di Franco Fortini, sebbene si tratta di poesia che mi ha intensamente accompagnato dai miei venticinque anni fino ai trenta. Lei crede che io non sia un lettore di poesia? Oh, sbaglia di grosso. Forse sono uno tra i pochi giovani -mi considero ancora tale, sebbene quest’anno compia quarantaquattro anni- ad aver letteralmente divorato la poesia italiana. Comunque, per accontentarla, le dico che tuttora gli unici italiani che rileggo sono e restano il Pasolini non politico, una buona parte di Bellezza, qualcosa di Giampiero Bona, la prima parte del Mondo salvato dai ragazzini della Morante, Amelia Rosselli, Maria Luisa Spaziani (il suo La traversata dell’oasi è il più bel libro di poesia da me letto da dieci anni a questa parte) e la Pozzi. I giovani? Continuano a piacermi i versi di Fabrizio Cavallaro e quelli di Antonello Morsillo. E prosegue senza sosta la mia intrigazione poetica per la poesia di Raffella Belli, che considero unica. I suoi versi sono canti che si offrono quale dono possibile con una fragranza intera: si offrono per accedere ad un possibile bilancio che estromette il nulla, e non mi sembra poco. Un dono di musica, quello della Belli, decisamente sufficiente, in cui tramite la sofferenza, vivono la felicità e l’immagine del bene: felicità di poterne udire il canto, e bene di rendere nuovo, sconosciuto, lo smarrimento della coscienza. Ho già scritto questo recensendo suoi lavori. E, trattando di coscienza, mi rendo conto che questo mio interesse nei suoi riguardi le renderà l’incontro con un eventuale pubblico un accadimento difficile da ottenere. Infatti, esprimendomi con entusiasmo sulla sua poesia, ne evidenzio sempre più l’odio da parte di altri. So che ciò non è un bene per lei, e me ne dispaccio. Ma so anche che ciò può renderla felice. Per questo, tra breve, uscirà una silloge che riguarda entrambi, intitolata Scaglie di passione, pubblicazione anomala che le rende giustizia e che solo con lei avrei potuto realizzare”.
E di poesia straniera?
“Amo ancora Dylan Thomas, Sergej Esenin, Emily Dicknson, le liriche straordinarie di David Herbert Lawrence (sebbene sia un autore di cui bisogna leggere tutto), Alexander Blox, Suor Juana De La Cruz, George Trakl, Rabindranath Tagore, Wystan Auden, Pessoa, Garcia Lorca e Marina Cvetaeva. Si tratta di voci poetiche lette nella adolescenza, molto amate, a tal punto da poter senza remore che hanno contribuito alla mia formazione poetica. Attualmente resto legato a Walt Whitman, altro nume tutelare, al Costantino Kavafis erotico e a Lawrence Ferlinghetti. Ma m’accompagnano quotidianamente, con enorme piacere, anche le poesie di Robert Walzer, Deniky Jiri Orten, Ostad Elahi, quelle di Wislawa Szymborska e di Nina Berberova. Sono rimasto pure estremamente coinvolto dalla vicenda esistenziale e poetica di Edna Saint Vincent Millay, di cui ho letto poesie e biografia. Ma, dicendola tutta, in genere la vita biografica di ogni poeta mi invade enormemente. Tuttora, dopo anni, se riprendo a leggere Vita di Sergej Esenin di Elwira Wataka e Wiktor Woroszylski, La storia di Marina Cvetaeva di Dominique Desanti e il Garcìa Lorca di Clemente Fusero, non reggo all’emozione, piango come un infante”.
Cosa è per lei la poesia?
“La condanna infernale, l’abbandono di Dio, la solitudine divina, la perdita del giardino fiorito dell’animo… bla, bla, bla. Cosa s’aspetta che risponda? Tralasciamo lo scherzo: non ho idea di cosa possa essere; però senza la poesia non saprei vivere. Intendo dire non di personale produzione di versi, ma della poesia altrui. Sono sempre più convinto che il poeta è l’unico individuo ad avere antenne speciali sul mondo; la sua ricezione non solo anticipa bellezze e catastrofi, ma è la risposta assoluta al tempo che gli tocca di vivere. Non mi interessa sapere che si tratta di una affermazione bizzarra. Per me è così. Altrimenti, come poteri restare un lettore accanito di ogni tipo di poetica, al punto che, quando rintraccio quelle singolari voci capaci di sostenere la mia ambiguità schizofrenica, non le lascio più? Rileggo quasi ogni giorno i Canti ultimi di Turoldo, il Luna park del cuore di Ferlinghetti, alcune della ‘Volpe e il sipario della Merini, le lodi al corpo maschile di Luis Cernuda, molte poesie zen, parecchi haikù e soprattutto Shitao, parole sublimi che posso ripetere a memoria. Ascolti: Senza capelli né berretta,/ non ho neppure un luogo dove rifugiarmi. / Non mi resta che divenire quell’uomo bel dipinto,/ canna da pesca in mano, smarrito tra i giunchi inzuppati,/ là dove, senza alcun limite, terra e cielo sono una cosa sola; e ancora: ‘Paura di contemplare i fiori nello specchio del mondo,/ vita errante, pensiero tutto teso verso l’infinito…/ Che desiderare ancora, fra l’inchiostro essiccato/ e il pennello nudo?/ Sulla strada interminabile il viaggiatore grida/ senza posa il suo dolore,/ allorché il sole tramonta dietro le mura/ In lontananza echeggia la tromba del cacciatore./ Ah, non poter circondare con le mie braccia il susino fiorito,/ io che non possiedo oramai altro che i miei capelli bianchi!: ecco, questo è quel che per me significa poesia. Che non è poi distante dall’impegno del contadino, dell’operaio e di coloro che, senza fronzoli, amano la bellezza naturale delle cose, quel che il mondo, con stupore innocente, sa ancora offrire a chi è attento al minimo indispensabile”.
Non credo ci entri molto coll’ispirazione poetica…
“Oh, può darsi, mica sono un oracolo; però non posso negare una intima produzione in versi, vera fantasia frutto di mancanza di ordine e distrazione. Sa, penso che su di me il destino sia stato, poeticamente, intimamente capriccioso; di qui l’intima definizione, datami da solo, del poeta degli addii. Si degli addii, poiché tutto quello che al nostro occhio appare in maniera salda, stabile, nel profondo di sé muta impercettibilmente. Se c’è un possibile cambio di rotta nella mia produzione in versi? Mah, chissà. Resto forestiero della mia poesia. Però non nego che quel che mi preme adesso coi versi è poter disfarmi del senso del tempo, restando indifferente al suo vertiginoso passaggio. Forse la mia poesia attuale risente di un simile concetto metafisico, espresso nelle mie brevi d’amore. Magari è una poesia dove vive una sorta di vuoto, di nulla, che diviene semina per il futuro, tant’è che mi ritrovo a scrivere racconti con la stessa attenzione e lo stesso sentimento con cui mi nutro di poesia. Del resto, non invecchio precocemente per aver accettato il sentimento d’amore che solo la vera poesia sa dare?”
E la narrativa significa qualcosa?
“Sì, il pane quotidiano della poesia, poiché per produrre buoni versi si deve leggere ottima narrativa. V’è più poesia nella narrativa che nei canti stessi. Cos’è che intende sapere con esattezza? Quali sono i miei autori preferiti? Oh non faccio che ripetermi, pensi che barba. Sebbene legga tantissimo (in media cinque libri a settimana), quelli che continuano a catturarmi sono Edmund White (La sinfonia dell’addio, L’uomo sposatoe la biografia Ladro di stile su Genet restano capolavori insuperabili), l’intera opera di Carlo Coccioli (considero il suo Piccolo Karma la mia bibbia quotidiana) e quella di Truman Capote, Janet Frame, Anne Rice, Joyce Carol Oates (ah!, il suo L’età di mezzo, quale visioni della spiritualità!, altro che poesia italiana), Jonathan Carrol”. Aggiungo pure quei gioielli di rara bellezza che sono ‘Poche cose per il tuo viaggio di Katrina Kittle e Gli angeli malvagi di Eric Jordan. Pel momento, non mi viene in mente altro. Anche perché, va specificato, sono uno che dimentica tutto, tutto ciò che non mi interessa”.
Stando alla sua risposta io continuo a dire che lei di italiani proprio non ne vuole sapere…
“Che palle. Come si può confondere merda con la cioccolata? A parte l’immenso capolavoro della trilogia a firma di Oriana Fallaci -l’unica vera scrittrice rimasta che possa essere posta a livello internazionale e da cui dovremmo imparare molto- il resto è proprio immondizia. Bisognerebbe tornare indietro nel tempo, leggere di nuovo La vigna di uve nere e Gli affatturati di Livia De Stefani, Il mare non bagna Napoli e Il Cardillo addolorato della Ortese, gli intrattenimenti magici dell”‘Inventario di Gina Lagorio o Estate e I triambuli di Elio Pecora. Insomma: libri simili. Ma, fatta eccezione per Pecora, si tratta di un tempo conclusosi. Adesso gli editor pubblicano solo gli amici loro, gente che non solo tratta merda e scrive in maniera orribilmente improponibile, ma che si sente autrice di veri capolavori, senza tralasciare il fatto che, pochi mesi dopo l’uscita del loro libro, lo stesso si trova su ogni bancarella di libri in tutte le piazze d’Italia a soli tre euro. Dunque, a che vale pubblicarli? Perché questo spreco di carta? Per non commentare l’orrore di alcune scelte poetiche anche della Mondadori: ad esempio proprio ancora non comprendo come si sia potuto editare ‘Una vita per il suo verso’ di Corrado Calabrò: a chi può interessare una vastità del vuoto così pregnante? Me lo chiedo spesso. Però sa, molto del lavoro sporco lo fanno anche gli uffici stampa degli editori, che ogniqualvolta ti debbono parlare di una nuova pubblicazione, sembra ti stiano parlando di un nuovo Leopardi, di un altro Manzoni, e guai, guai a esprimere giudizi contrari, a scriverne male. Sì, sì, so proprio cazzi amari. Come rappresaglia per prima cosa non devi osare chiedere più nulla delle pubblicazioni ulteriori, e in secondo tema sei relegato a divenire un giornalista di cui diffidare, che non comprende granché, che non vale nulla, insomma, che non vale un cazzo poiché, si sa, non si può contraddire la scelta degli editor, eh, no!, sarebbe troppo facile. Comunque il cielo non è poi così oscuro, qualche volta il sole appare. Mi riferisco al caso di Valentina Brunettin, autrice de L’antibo e di Fuoco su Babilonia: l’unica cosa che mi viene da dire è che si tratta di una giovane scrittrice veramente brava. Andrebbe sostenuta”.
Quali libri consiglierebbe ad un giovane poeta?
“Non sono per i consigli. Non mi piacciono. Ognuno deve sbattere per conto proprio, con la sua testa, sull’esperienza. Mi dia retta: mai dare credito alle parole di un poeta. Senza tralasciare il fatto che l’esperienza della lettura è un piacere intimo, una strada in salita verso la conquista di un isola fantastica, dove si possono riconoscere sia le proprie debolezze quanto le schizofrenie, i propri entusiasmi come le varie sfumature del dolore. Si tratta di cose che non si possono avere in prestito. Uno può prendere in giro gli altri, ma non può ingannare sé stesso, e un buon libro, una buona poesia, possono metterci innanzi -priva di orpelli e senza difficoltà alcuna- la verità del nostro animo”.
Proprio non ha nulla da dire ai giovani poeti?
“Senta un po’, m’avrà mica scambiato per un ottantenne? No, non ho nulla da aggiungere. Non so e non è mia intenzione consigliare niente. Già sono tante le cose che debbo ancora imparare che non so come trovare il tempo per poter divenire utile agli altri. Se però proprio necessita di una mia opinione, posso dirle che, in questo caso, opto per le antologie. Dunque, per la poesia la migliore resta ‘Poesia italiana del Novecento’ di Elio Pecora, mentre per un giudizio narrativo ci si rifaccia all'Eroe negato di Francesco Guerre. Altro non so enunciare”.
Tra narrativa e poesia, lei osanna sempre la morte. Come la considera?
“Considero cosa? Il suo accadimento? La fatalità dello stesso? Che significa prendere in considerazione la morte? Non mi sembra una domanda chiara”.
Intendevo sapere cos’è per lei la morte.
“Forse una gran seccatura, ma anche la liberazione assoluta, il ritorno all’origine, la soluzione dell’enigma. Ma, in fin dei conti, a chi piace parlare della morte? Però bisogna parlarne, perché nel nostro mondo contemporaneo la morte è troppo banalizzata. Per me affrontarla significa illuminare il senso compiuto della propria esistenza. Il nostro amore, le nostre scelte, gli errori di valutazione e le gioie: non crede sia tutto lì? Del resto è nella morte che ogni fatto della nostra misera vita assumerà valore definitivo. Ad esempio, dalla esperienza avuta con Dario Bellezza, intendo dire dall’esperienza della morte di un tuo prossimo, ho imparato a vederne un possibile -forse unico- senso della vita. Perciò considero l’accadimento un privilegio. Che poi vi abbia scritto sopra non conta, anche perché ognuno può scrivere solo i propri libri e se non l’avessi scritto io, nessun’altro avrebbe potuto farlo, pure se resto convinto che il mio lavoro non può togliere spazio a quello di qualcun altro: il mio occupa il suo come i libri degli altri occupano il loro. Si dica lo stesso per il proprio lavoro poetico; ecco perché non accetto l’invidia che alcuni poeti della mia stessa età mi riservano. Ma tornando alla morte, io non ne ho paura. Non so quando accadrà e forse potrà succedere che, una volta innanzi a me, io ne avrò terrore, terrore così forte da farmi comportare in modo anomalo, modo che non avrebbe nulla a che vedere con quello che io sono. Chissà, staremo a vedere. L’unica cosa certa -e l’ho scritto nel mio testamento- è che una volta morto intendo essere cremato e sparso. Non mi importa del luogo dove ciò avverrà, mi interessa solo avere la certezza che nessuno potrà visitare un loculo e porvi dei fiori, come si trattasse di un feticcio qualsiasi. A me non piacciono i cimiteri. Il mio spirito non era materia prima di incarnarsi e non lo sarà nemmeno dopo la mia morte; intendo dire che nulla di me c’era prima di questa esistenza materiale, nulla vi potrà essere dopo. Di qui il rifiuto di un cimitero possibile, luogo da me considerato come una prigione eterna”.
Parla come se dovesse morire domani.
“Guardi che è stato lei a pormi la domanda. Non me la sono posto da solo”.
Chi è Maurizio Gregorini?
“Oh, non me lo chieda. Forse un uomo che si è svegliato, che ha capito con chiarezza che il mondo è in fiamme. Ma pur sempre un uomo che continua a sognare. Di qui la colpa di chi pretende che un poeta si redimi, divenga muto, come accade ai poeti sociali, quelli di partito, intendo. Cosa mi preme? Ho già detto a qualcuno, prima di lei, che mi piacerebbe vedere pubblicato il mio volume Sigillo di spine, dove trovano posto tutte le mie poesie. E mi piacerebbe soprattutto per non dover lasciare ad eventuali curatori la possibilità di mettere mani alla mia opera senza l’obbligo di rispettarne l’originalità. Tornando al suo quesito della morte, le dico che redatta di mia mano, l’antologia renderebbe l’idea della morte un accadimento di ordine e di speranza: ordine per quei momenti di disagio a cui mi sono abbandonato senza requie, inconsapevolmente, e speranza di aver conservato una onestà intellettuale libera, soprattutto nei riguardi della poesia”.
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