Lingua di confine
è il nome di una collana di testi scelti da Maurizio Gregorini.
In questa pagina Maurizio è presente quale commentatore e curatore.

POESIE IN DIESIS
Prima edizione Roma, dicembre 2002
In copertina: ritratto dell'autrice Livia De Stefani
Commento, cura e nota di Maurizio Gregorini
Come è accaduto ad altri scrittori del Novecento (si pensi a dacia Maraini, Elsa Morante, Anna Maria Ortese e Goffredo Parise, tanto per citarne alcuni), anche le poesie di Livia De Stefani fanno da cornice ala sua opera di prosa. A prima impressione i versi della scrittrice appaiono svianti, ossia brulicano di idee pericolose, idee che rimandano a strade perdute, vie in cui il movimento della passione per la vita si volge alla tragedia. Ne sono esempio i Notturni, dieci movimenti strutturati da un linguaggio singolarmente spoglio, e perciò forte, linguaggio capace di schiacciare i segni di un destino, il destino di dover amare una meraviglia istantanea e senza nome, qualcosa di invisibile che è alla fonte di ogni ispirazione. Di qui l'anima poetica della De Stefani, un'anima che, in versi, è frutto di incantesimi e follie, ma anche di regalità, di fastosità aristocratica, quasi vi fosse da parte dell'autrice una inesausta ricerca dell'assenza, come se il grido del nome dell'amato o dei luoghi a lei cari fosse soffocato continuamente dal pudore del silenzio: "E' sera. Più grande di me la mia ombra/raggiunge e sorpassa il cancello./In fondo al pergolato di memorie si accende/all'improvviso il primo lume, il primo/lume della prima stella./E l'ombra mia scompare dalla terra". Il dramma della separazione, che aleggia in tutta l'opera in prosa, non dà comunque una tonalità imperativa alla trama in versi. Anche se rimasto nell'ombra per molto tempo, Poesie in diesis si offre come un frutto maturo e pronto, dalle inaspettate aperture, che si avvertono anche altrove (si legga La vigne di uve nere, romanzo di esordio, storia di incesto tra fratelli che ha taglio, cadenza e nobiltà di dramma classico, scandaloso soprattutto perchè scritto nei primi Cinquanta e da una donna); vi è l'angoscia insita nel tentativo di dar voce alle parole che valichino la fine, coprano il tormento della morte. A distanza di anni dalla scomparsa dell'autrice, ora che sono di dominio pubblico, cosa testimoniano questi versi? Innanzitutto il senso della denuncia si contemporanea ma arcaica nello stesso tempo; e poi una continua tensione verso l'altro, l'accanimento contro una disumanità innocente, il risalire alle origini e il sentimento spietato che orchestra una bellezza irredimibile. La voce della De Stefani è come una voce di attrice che affida la sua recitazione al verso. Ma, leggendola, quel che tuttora attrae è il coraggio di mantenere il labile confine tra la donna e l'artista. Di qui il canto, di qui la voce. Voce che racconta, ricorda, piange e rimpiange; voce che imputa e perdona, implora e minaccia, gioisce, sussurra; voce che ora mormora ora grida. Ma sempre voce d'amore, capace di esprimere con entusiasmo anche lo sfinimento della esistenza terrena.

LA MUSICA DELL'INQUIETUDINE
Prima edizione Roma, dicembre 2002
Editrice Ianua
In copertina: Cintamani di Isabella Ducrot
Prefazione di Giovanna La Vecchia
Contiene interviste a: Elio Pecora, Lindsay Kemp, Giangiacomo Ladisa, Rosario Fugà,
Caterina Napoleone, Emanuele Pantanella, Shel Shapiro, Maria Luisa Spaziani, Iva Zanicchi
realizzate da Maurizio Gregorini
Poesie di GAbriele Ametrano, Silvana Baroni, Raffaella Belli, Edoardo Bettiol, Andrea Carancini, Franco Ferreri, ndrea Iezzi, Giovanni Martini, Martin Matz, Agostino Raff, Giuseppe Rosario Mauro Motta, Nicola Zitelli.
Racconti di Laura Gemini, Franco Ferreri, Gabriella Zevi
Edizione esaurita

SEGNI DELL'ISTINTO
Prima edizione Roma, maggio 2006
In copertina: opere di Isabella Ducrot
Postfazione di Maurizio Gregorini
L'emigrazione dell'animo come rifiuto della passività
Spettano alle espressioni d'amore le fondamenta della poesia di Vincenza Fava, qui al suo esordio; un inizio pubblico legato alla sua intimità, al desiderio di ripercorrere quel che si è già vissuto, quasi si trattasse di un romanzo in cui affermare la vittoria delle parole (e del loro uso, beninteso) su di una propria debolezza, su di una fragilità ora ripercorsa con un uso del ritmo capace però di recuperare similitudini, a tal punto che in questa poesia simbolica vi è il tentativo (tra l'altro riuscito) di una esigenza spirituale, di certo proveniente dalla bizzarra idea di uno scambio (letterario?) possibile tra l'esistenza dell'uomo e la misteriosa vita dell'universo. Ma ciò che più attrae delle parole dell'autrice è la sua volontà etica e all'unisono la sua predominanza a rifiutare ogni segno di passività (di attrazione per l'uomo, di passione per il mondo circostante). Sconcerta anche la certezza di Vincenza Fava di una sua verità, espressa col tentativo dell'arte, intrattenimento che ne determina sia il canto, sia la bellezza; ma va anche dato spazio all'accenno di una emigrazione dalla quotidianità conosciuta e rifiutata, alla consapevolezza che intende intonare la testimonianza eccezionale dell'esserci qui, adesso, con ogni confusione e ritratto, insomma, un sé elegiaco e nostalgico schierato su di una inedita contemplazione del tempo e del suo flusso. Di qui la motivazione di un eros considerato il giusto viaggio verso l'approdo di sangue; di qui la gamma espressionista di un'isola felice che mai e mai potrà saziare la remissione dell'animo per la levitazione del sentimento. Che si tratti di prigionia o istinto di fine simbolica (il nulla agognato come termine della intima sofferenza) poco importa; l'andamento strofico di Vincenza Fava procede per giunture di effigi, e immancabilmente sono impressioni con cui far emergere l'origine e la realtà di un proprio dramma. Già perchè si mostra evidente da parte della poetessa la denuncia di un cruccio che devasta, che irrompe nel proprio respiro stravolgendo l'incantevole possibile sogno della notte (come raggiungimento di silenzio e di quiete), tanto da inclinare i versi verso una via lirica diaristica, originale resoconto di attimi dirompenti, di misure sapienti, allo stesso tempo classiche e moderne.Vincenza Fava si offre dunque al lettore quale frutto di una giovinezza che non trova rifugio nella parola, quale possibile incoronamento al tempo dell'accusa e dello strazio, quale culla (questa sì stabile) dove poter meditare sul ritorno. Ritorno dal grido allucinante della nozione, ritorno garantito (come sopravvivenza) dalla costante riflessione di una morte sconfitta dal canto dell'amore, e infine ritorno dalla separazione dell'io che non permette l'incustodito bisbiglio di una misticità seducente. Fra coinvolgimento e trama sentimentale, tra rete gioiosa - con cui succhiare sangue all'istinto - e sguardo ironico per lo slancio definitivo sull'enigma del vivere (e dell'esserci in quanto corpo-materia riciclabile), Vincenza Fava raccoglie amabilmente l'allegria febbrile delle sue macerie, divenendo così sagoma non più vacillante di un vortice visionario, gorgo con cui approdare all'isola di un Eden luminoso, dove la costellazione seduttrice dell'istinto poetico sappia ricucire col filo della tenerezza l'aurora e l'imbrunire per l'incanto di una forma nuova.