La Fondazione De André e la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena hanno presentato “Non al denaro non all’amore né al cielo” di Morgan (vero nome Marco Castaldi), terzo disco da solista dopo l’esordio delle “Canzoni dell’appartamento” e la colonna sonora “Il suono delle vanità”. Registrato in presa diretta nell’inverno del 2004 e miscelato digitalmente nella primavera del 2005, l’operazione è unica nel suo genere, essendo il primo re-make discografico della musica italiana. Infatti, quasi fedelmente, è basato sull’omonimo album di Fabrizio De André, a sua volta liberamente tratto dall’“Antologia di Spoon River” del poeta americano Edgard Lee Masters.

 

Cosa ne pensa dell’antologia di Masters?

 

“La lessi a quindici anni, però dopo aver conosciuto il disco di De André. Poi, quasi contemporaneamente, in Quinta Ginnasio, mi imbattei nella letteratura americana. Per dire che affrontai ‘Spoon River’ avendo già apprezzato le canzoni di De André, e subito scattò dentro di me il paragone tra poesia e canzoni. Per ciò che riguarda il poema, sotto alcuni punti di vista, preferisco il lavoro svolto dal cantautore. Va da sé che mi riferisco al fatto che i brani musicali sono arricchiti di molti elementi rispetto ai testi originali. E’ come se nelle poesia vi sia lo stimolo, l’imput, ma vi fossero anche dei punti di sospensione lasciati dal poeta. De André ne ha completato la sospensione. Si dica lo stesso del mio intervento sull’opera del cantautore genovese, senza nascondere che è una operazione non sul poeta bensì su De André. Ossia, una sua ulteriore continuazione; quasi un passaggio di mano di un’opera che viene ampliata, completata, coll’aggiunta di elementi, tasselli. L’ho fatto sotto un profilo strettamente musicale, nel senso che ho rispettato completamente il lavoro dei testi”.

 

Per questo non lo considera un disco di cover.

 

“Esatto. Non è un disco di cover, ma la cover di un disco, un gioco di parole se vuole, che ha due direzioni. Mi spiego: normalmente una cover è un ri-arrangiamento, una trasformazione, spesso pesante, di un brano (nel jazz è chiamato standard mentre nel pop non v’è un concetto simile); ogni tanto c’è qualcuno che considera pregevole un opera realizzata in precedenza, a tal punto da realizzarne una sua versione, modificandola pesantemente, come dimostrano alcune cover  di canzoni irriconoscibili dato che ne vengono cambiati gli accordi e gli arrangiamenti. Addirittura nell’hip hop si prendono dei frammenti della canzone originale e poi vi si aggiungono strofe completamente diverse; nulla da contestare in quest’atteggiamento dato che anche io ne usufruii a suo tempo. Dunque: cover vuol dire coprire, nascondere l’originale, per proporre qualcosa di nuovo e diverso rispetto all’opera già esistente. Ora nel mio caso si può parlare del contrario. Ho voluto essere filologicamente rispettoso, aderente, come si usa nel mondo classico dove si rispetta la partitura, però interpretandone le dinamiche, l’uso dell’orchestra e della distribuzione del suono nei vari strumenti, ora ampliato e amplificato. A questo punto si tratta di un atteggiamento contrario alla cover, insomma una discover, un’anticover, anche se poi la parola significa andare a riscoprire un classico. Mi riferisco ad un disco che ritengo sia il massimo lavoro realizzato nel campo della musica leggera italiana, soprattutto in virtù che si tratta di un insieme specifico e non di una compilazione di canzoni, un unico corpo che non si può scomporre…

 

Anche perché la motivazione originale risiede nella totalità del poema di Masters, dunque difficile da frantumare…

 

“De André ha fatto una cosa ulteriore rispetto al poeta, ne ha fatto un opera musicalmente coerente, non solo per la virtù che essa deriva dall’organismo della antologia. Voglio dire che egli l’ha resa organica come si è soliti fare nel mondo della musica classica, coi temi che si riprendono rincorrendosi, si ripetono, coi rimandi tra un pezzo e l’altro, aggiungendovi citazioni da Vivaldi e un legame forte con la musica barocca evidenziata dalla presenza del clavicembalo; insomma come chiamare il suo lavoro? Una grande suite? Perché in fondo non è un’opera, né una sonata, tanto meno un poema sinfonico o una sinfonia o un concerto per clavicembalo e orchestra. Dunque si tratta di suite, proprio perché opera evidenziata come si fa nell’eseguire della classica. Tanto è vero che alla base di questa costruzione musicale c’è Nicola Piovani, musicista accademico, colto, ventiduenne quando realizzò il disco, dunque fresco di studi e forse entusiasta, con la volontà di impegnarsi molto, tanto che si sente che di lì scaturisce un vestito musicale divenuto modello per molta musica cinematografica, come evidenzia lo stesso disco”.

 

Tornando alla antologia, conseguenza della interpretazione del cantautore, si comprende come la questione di fondo sia la non comunicazione tra i personaggi che vi abitano, un difficoltà di comprensione che schiarisce coll’evento della loro morte: i personaggi, divenuti defunti, si mostrano per quel veramente sono. La comunicazione operata da De André era invece di riportare in vita qualcosa che apparentemente, nell’animo dell’uomo, appare spenta. Non so se si tratti di sincerità o di una indagine sulla natura umana, ma il suo lavoro ricalca la stessa esigenza avvertita da De André?

 

“A me premeva far tornare l’opera alla ribalta. Essendo un ragazzo giovane, avrei potuto comunicare l’esigenza da lei paventata a delle persone che altrimenti non sarebbero entrate in contatto con quest’opera d’arte, come io la considero. E’ una operazione di riscoperta messa a disposizione per quelli che non vi sarebbero arrivati da soli. Una idea importante della morte, contraria a quella dominante presso le giovani generazioni che vedono nella morte un ‘assolutamente altro’. Mi riferisco a delle fascinazioni che il più delle volte sono, fortunatamente, pura attrazione estetica verso certi simboli o certo macabro della fine, del dark, che poi in casi estremi, quando degenera, produce le varie Bestie di Satana. E’ significativo invece comunicare l’idea della morte di Masters, ripresa da De André, poiché si tratta di una idea che è alla direzione opposta rispetto ai fenomeni attuali. Di qui la mia esigenza nell’avvertire utile la sua rivisitazione comunicandola ai giovani, un modo di vedere la morte di certo comunicativo rispetto alla vita. Una morte che parla alla vita e lo fa tramite il poeta; non una morte lontana, buia, difficile da cogliere, che alla fine non dà un senso alla vita, tanto che si ha una sensazione di angoscia, di vuoto, di vertigine che può benissimo essere colmata dal dialogo e non attraversata dalla follia come sovente accade ai giovani che nel vuoto sembrano gettarvisi. Come dire che l’avvicinarsi della morte alla vita aiuta a dare un senso alla esistenza e la comunicazione che lei citava per me è la comunicazione della morte verso la vita, ossia di un morto che ci parla in modo sincero di quel che gli è accaduto durante lo svolgimento della sua esistenza. E lo fa in modo costruttivo, non scomposto: la morte come assolutamente altro -nella maniera in cui dicevo prima- farebbe pensare che un disco di morti che cantano sia un disco di grida sconnesse, di anime dannate, che vivono una oltretomba pauroso, agghiacciante, scomposto o angosciante. Nel caso di De André si tratta di voci composte, e mi riferisco anche al fatto che la poesia è una composizione; questo per dire che vi è una lucidità, un ordine, nel modo in cui viene raccontata la morte; c’è anche un dar senso al perché sono morti, riconducendo la morte ad una motivazione. Ma non so se questa sia una risposta giusta al quesito che lei mi ha posto”.

 

Quando nel 1971 l’opera di De André apparve, immagino che il cantautore -dato il contesto storico- avesse desiderato, tramite l’opera di Masters, testimoniare una certa contrarietà dell’essere in quanto tale. Nella sua rilettura lei ha rispettato il desiderio del cantautore?

 

“Credo che lei stia sottolineando il fatto che l’essere, nell’opera poetica di Masters, è un individuo membro di una collettività, tra l’altro simile alla nostra e non così lontana. Ed è anche la ragione che dà attualità al testo. Le canzoni sono moderne proprio perché toccano dei temi tuttora validi, sia sulla idea degli individui che si relazionano tra di loro, sia sulla loro costituzione di una identità sociale, una entità che tradotta significa avere, porsi delle regole. Trovo interessante questo strato etico, poiché mette in campo le forze dei buoni sentimenti e quelle dei comportamenti sbagliati, per poter ragionare sull’incontro-scontro delle persone che strutturano una società. Oserei dire che nell’opera vi sia un chiaro ragionamento su cosa sia il bene e cosa sia il male. Insomma, molta etica, se vuole. Io credo che De André ne abbia avvertito il senso politico, che c’è, senza dubbio, a tal punto che lo stesso Masters è definito poeta antifascista e in secondo luogo poeta democratico, che ha aiutato a costruire un’America esempio di democrazia”.

 

Una democrazia già paventata dall’‘Uomo Moderno’ di Walt Whitman, un individuo che canta il sé e da cui Masters ha tratto ispirazione.

 

“Sì, e si tratta di una democrazia ora introvabile. Quell’America lì non esiste più; l’America di oggi ne è testimonianza”.

 

Quale il tempo del bene e del male?

 

“Trovo forte un filo conduttore dell’opera; si tratta di un soggetto che ha innanzi a sé un quesito: nella vita farò quello che mi sorge spontaneo di fare rispetto alla mia natura o quello che la società mi impone di fare perché intravedo la possibilità di un raggiungimento del potere? (Che sia potere economico, di controllo sugli altri, non importa). Un dubbio fondamentale, soprattutto oggi, che viviamo in una società in cui sempre di più si costruisce un percorso di studi e coltivazione degli interessi per il mondo del lavoro e non per le proprie inclinazioni o demoni interiori. Esempi? La riforma scolastica effettuata da questo governo, l’americanizazzione dell’istruzione, dove il livello di specializzazione su direzioni precise supera il senso dell’umanismo della nostra cultura e filosofia mediterranea. Nel disco i due personaggi risolti, appagati e non scontenti, sono il suonatore Jones (nella vita ha suonato, senza dedicare nulla né al denaro né all’amore né al cielo, scegliendo la libertà di suonare e di farlo per gli altri), e il matto, che si dedica al prossimo (con le sue parole intrattiene gli altri, che lo credono folle e forse non è nemmeno così matto). Si tratta di figure che rappresentano due lati della stessa libertà, appagate, in pace con sé stesse. Una libertà identificabile con De André e, perché no?, anche con me”.

 

In realtà, la sua ri-lettura cosa suggerisce?

 

“Non c’è l’intenzione di trasfigurarne il senso, come spesso accade quando si riscrive la storia. Non andando ad alterarne i pezzi dal punto di vista lirico, senza per questo evidenziarne una svolta. Ma il cantarli in modo diverso, rispetto alla neutralità, all’astrazione, al distacco vocale di De André (addirittura lui ne pesa le sillabe per fornire la totalità di una trasparenza), dona una dolcezza prima inesistente, come testimoniano le mie interpretazioni del malato di cuore e del blasfemo. Diciamo che sono entrato nei personaggi, che cantano tutti in prima persona, effettuando un lavoro tipico di un attore della voce, mettendomi dentro di loro fino a sentirli miei. Un impegno riuscito anche col giudice, che è il più crudele di tutti; l’ho fatto senza dare giudizi e restando persuasivo mentre li abitavo. Soprattutto nel blasfemo la sensualità filosofica si è arricchita di un’altra vita; insomma: si sono come reincarnati in nuove identità”.

 

M’illudo che De André abbia tenuto conto della fede di Masters nel credere in una natura dell’uomo istintiva e  pulita. E’ così anche per lei?

 

“Il mio coinvolgimento è totale. Soprattutto dopo l’omelia di Ratzinger sul relativismo. E’ come se da un lato si ponesse il mondo cristiano-cattolico con le sue idee di un paradiso possibile dove espiare le proprie colpe, e dall’altro i miscredenti, quelli che non hanno valori, i relativisti, appunto. In Masters, come poi in De André e ora in me, v’è l’idea di un individuo non cristiano né cattolico; piuttosto c’è un codice di comportamento, come dire, etico, molto morale, che è al di là dei condizionamenti religiosi. Ossia c’è una fede nell’uomo buono, intelligente, in una natura umana corretta che forse è alla base di un pensiero anarchico, di un utopia anarchica da cui De André ha subìto un fascino e come -in qualche modo bizzarro- mi trovo a subire io. E’ chiaro che l’anarchia sarebbe ipotizzabile solo se gli individui sapessero distinguere tra il bene ed il male e fossero capaci di comportarsi nel rispetto degli altri. Se si fosse eticamente lucidi come lo è Masters, forse l’anarchia avrebbe possibilità di vita. Ad esempio, gli altri, la gente, è un concetto presente nella sua opera: significa che vi è sempre la questione di un individuo contrapposto agli altri, come gli altri lo trattano e come lui tratta gli altri. Si veda il medico, che da bambino voleva guarire i ciliegi: è un buono, ma truffato dal prossimo, dalla loro invidia che infine lo spinge alla degenerazione”.

 

Una immagine dal sapore prettamente cristiano…

 

“Una situazione cristologia, senza dubbio, che ti fa capire cosa sia il pregiudizio sui comportamenti altrui. Si capisce subito quale siano le negatività o le positività dell’opera poetica”.

 

Insomma: è il senso dell’individuo come centralità di un tutto a divenire un bersaglio preferito…

 

“Un moralismo che ora difficilmente si trova, proprio perché si vive all’insegna del ‘è sbagliato giudicare’; si è persi questa facoltà. Ovviamente non esiste solo il giudizio cattolico o insensato, spropositato o riprovevole: esiste anche un giudizio sano, fatto con criterio. Trovo che il disco sia un’opera di poesia che mette in crisi i valori umani per poter fornire la capacità di discernimento”.

 

Secondo lei la poesia svela?

 

“E’ una questione difficile. Il termine svelamento l’ho sempre accostato a quello di rivelazione. A volte si tratta di due termini opposti, poiché rivelazione significa velare ancora, mentre lo svelamento è togliere quel velo che, per me, potrebbe essere la barriera del tempo, rispetto al lavoro realizzato da De André. Lui, da un punto di vista formale, ha preso la poesia e l’ha rivelata canzone, andando a svelare la profonda inquietudine del libro. Ne ha riportato, in modo potente, i contenuti politici. I contenuti di un grande affresco sociale, mettendoli a disposizione ad una società in crisi, dubbiosa e incapace di scegliere. Anche quella volta De André ha saputo dare molto alle posizioni degli individui. Non crede anche lei che De André sia stato utile alla nostra società?

 

Credo che abbia avvicinato alla poesia, determinandone un tipo di stile e accentuandone la visione intima di un proprio tipo di mondo; non penso sia cosa insensata. Spinge l’uomo alla convinzione, alla consapevolezza di sé. Non mi sembra poco. Ad ogni modo: il suo pubblico si aspettava una proposta simile?

 

“Sono certo di aver preparato le persone che mi seguono ad un percorso discontinuo; l’unica coerenza che non si può negare è evidenziata dalla passione che metto in ciò che faccio. Mi auguro che il pubblico comprenda le mie mutazioni, la molteplicità del mio istinto e di una natura che poi, in fin dei conti, non si pone tanti tracciati. Forse sono guidato da una natura cangiante, anche se ho sempre dichiarato che il disco che amo di più era quello di Fabrizio, per cui, forse, qualcuno se lo aspettava. Ciò che mi preme è che si possa cogliere il grande lavoro musicale da me realizzato, un lavoro sì complesso ma in equilibrio colla intenzione di mettere insieme la musica accademica e quella leggera, andandone a scovare un tratto di incontro stimolante. Col mio lavoro, qui, non ho interpretato solo l’aspetto del cantante, ma altri aspetti importanti quali l’arrangiamento, l’orchestrazione e la produzione. Ho fatto la interpretazione di De André, di Piovani e di Dané. Sono uno e trino: copro i tre ruoli assegnati a persone diverse, ed è qui che avvero il senso di una interpretazione profonda. Vorrei si cogliesse l’artigianato del mio lavoro, come si trattasse di un operaio che quotidianamente svolge il suo compito. Che si cogliesse chiaramente il mestiere di essere musicista. Nonché il gusto e la gioia di aver maneggiato un materiale che evidenzia come possa risultare piacevole farsi ascoltare”.

<<  recensioni