MORTE DI BELLEZZA

Prima edizione Roma, febbraio 1997

Castelvecchi editore

Sottotitolo: Storia di una verità nascosta

Postfazione di   Renzo Paris

Edizione esaurita

   

Leggere, come ho letto, d’un fiato, Morte di Bellezza di Maurizio Gregorini, per me non è stato indolore. Qui si parla della morte in diretta di un amico, prima ancora che di un poeta della statura di Dario Bellezza. I fatti che hanno precipitato il poeta in breve tempo dalla vita alla morte, io li ho vissuti quasi tutti accanto a Gregorini, fraterno amico, sodale, da ultimo raccoglitore dei suoi cari, affannosi, respiri. Se leggere è stato lancinante e doloroso, scriverne mi obbliga a tornare con la memoria a quei giorni, quando Dario chiedeva aiuto e vicinanza ai suoi pochi amici rimasti e il teatrino perverso del mondo gli rispondeva in maniera ipocrita. A memoria mia un libretto così intenso su una morte per AIDS lo ha recentemente solo scritto Susan Sontag. Si intitola Così viviamo ora (Edizioni La Tartaruga, 1996). In Italia, naturalmente, non è stato accolto come si doveva, anzi dall’anglista Nadia Fusini è stato rifiutato sulle pagine de “La Repubblica”, con critiche riguardanti più la letterarietà del libro che non il contenuto. Ecco, il volume di Maurizio Gregorini avrebbe potuto intitolarsi Così viviamo oggi in Italia. Gregorini è un vero poeta d’amore, come ha anche scritto Luca Canali. E per questo Dario Bellezza lo stimava, gli aveva regalato la sua fraterna amicizia. “Chi mi porterà oggi a fare la macchina?” soleva dire le ultime settimane prima che morisse, riferendosi alle cure della macchina di Marineo. Sfogliando una sua vecchia e lacerata agendina, cercava il numero di telefono del suo caro Maurizio e restava male se rispondeva la segreteria telefonica. Aveva bisogno della sua automobile per raggiungere lo studio di Giuseppe Marineo. Ricordo ancora gli occhi mobili di Gregorini nei corridoi dell’ospedale Spallanzani quando con Antonio Veneziani, Gloria Bellezza e gli altri parenti commentavamo l’ultimo bollettino medico sulla salute del nostro grande amico. In Morte di Bellezza, vita e letteratura sono così intrecciate che, come in un ritratto di Francis Bacon, sulla pagina affiorano nervi, sangue e ossa del poeta di Invettive e Licenze. E’ certo un foscoliano compianto per l’amico defunto, per la bellezza oscurata da una dea terribile, ma è anche un racconto secco, dallo stile tachicardico, percussionistico, dove il dolore si colora di rabbia, un vero pugno nello stomaco del lettore che si fosse ripiegato su queste pagine in cerca di consolatoria elegia. L’io narrante di queste pagine è un poeta ma anche un autista, un intervistatore, un infermiere, che segue il ritmo incalzante delle ultime ore di Bellezza. Nulla a che vedere con la prosa di Guibert o dell’ultimo Tondelli o di Chatwin, tre grandi scrittori morti di AIDS che hanno parlato, direttamente o metaforicamente, della peste del duemila. Mi sono chiesto se in questo libro facesse capolino l’aspetto materno di Gregorini, ma ho sentito soltanto fraternità, pianto, angoscia e rabbia per chi ha abbandonato l’amico, per quelli -e sono quasi tutti- che lo hanno lasciato morire nelle condizioni che cercai di descrivere in un articolo che fece scandalo, pubblicato da “L’Unità”. No, non nascondo di essermi commosso, di aver pianto, leggendo Morte di Bellezza. Mi si è parata davanti un’immagine vera di Dario, senza più la maschera dei giorni felici. Maurizio Gregorini lo conosceva bene, conosceva del suo amico gli anfratti più segreti, il desiderio sempre rapinoso dell’avventura omosessuale, ma anche la noia, la controvoglia moraviana, e l’assedio quotidiano di una cupa morte, flagellatrice. Con Gregorini Dario si confessa, traccia ritratti memorabili di Pasolini, di Moravia. Sì, perché in questo libro, così compatto e unitario, c’è una premessa leggera, poi il duro percorso del diario e infine interviste, che hanno come protagonista il poeta analizzato in diverse direzioni da alcuni dei suoi amici. Detto tutto, qui Dario Bellezza è visto ineditamente nel mondo dei diversi, quando non sedeva nelle case dei borghesi romani per esprimere la sua tanto decantata giovialità, il suo gusto per il pettegolezzo. Qui il nostro caro poeta è visto tra gli intimi amici di avventure, ma c’è riserbo nel racconto delle gite notturne e diurne; non si urla mai allo scandalo quanto alla normalità dello scandalo. Gregorini ha vegliato Dario Bellezza, ci ha dormito accanto, sfidando qualsiasi timore di contagio, lo ha curato come altri pochissimi in quei giorni infernali, ha avuto la forza e il coraggio di raccogliere i deliri notturni del poeta in quella casa di Trastevere istoriata da graffiti omosessuali di grande realismo. Morte di Bellezza prende alla gola il lettore, fa spremere lacrime amare, sottolinea l’estrema solitudine di chi scrive versi in Italia, ora. E’ un testo violento per cui a nulla varrebbero sigle salottiere come pulp o splatter, tantomeno quella del cannibalismo. Qui si tocca il corpo malato della poesia, in un Paese, come scrisse Pasolini, che fu anche il primo estimatore di Bellezza, orribilmente sporco.

     Renzo Paris

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