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NEVE E SANGUE Albano Laziale, prima edizione maggio 2007 Edizioni del Cardo
Sublimazione della passione d’amore nel sogno poetico della vita di Vincenza Fava Italia Sera 18 maggio 2007
Esce i primi di giugno il nuovo romanzo dello scrittore, poeta e giornalista romano Maurizio Gregorini dal titolo “Neve e sangue” (Edizioni del Cardo, 91 pagine, 10,00 euro). Un racconto sublimemente erotico, forse di natura autobiografica, che scuote le coscienze e i falsi perbenismi degli “assennati” benpensanti, certi, a torto loro, di non poter mai esperire l’amore “diverso”. Si tratta di una breve ma intensa, struggente, lirica storia d’amore, finemente analizzata da un punto di vista psicologico, tra il poeta Luca, omosessuale dichiarato nel pieno della maturità sia artistica che esistenziale, e Gabriele, giovane bisessuale sposato e in conflitto con sé stesso. Il primo incontro telefonico apparentemente casuale tra Luca, invitato ad un importante premio letterario a Pescara, e Gabriele, proprietario dell’albergo destinato ad ospitare il poeta per il soggiorno, sarà l’occasione per lo scrittore di intraprendere un’avventura emotiva ed immaginaria vissuta nel fascinoso ed inconsapevole rimembrare della voce virile di Gabriele già perduto emotivamente e mentalmente nel labirintico mistero dell’uomo-poeta. Dunque all’inizio l’attrazione esclude la vista ed esalta il potere evocativo del suono, del timbro vocale e di toni suggestivi che agiscono gradualmente a livello inconscio come una sorta di risonanza ipnotica convulsiva, una raffinata coazione a ridestare sentimenti assopiti tenacemente ingabbiati da una sottile e fragile razionalità autodifensiva. Tuttavia, al di là della ragionevolezza imposta, nasce l’inquietudine corporale, l’alterazione fisiologica dei sensi, l’eccitazione del desiderio carnale. Ouverture al rosso sangue della passione nascente. Il poeta, però, tenta di opporsi al richiamo di un sentimento “inutile” attraverso un simbolico e spiritualistico autoerotismo proiettato al legame genitale-cosmico col divino: “Poiché nulla è più intenso, spirituale, consapevole, responsabile, vincente, come l’atto masturbatorio… unico credo accecante, privo di speranze o disperazioni, la masturbazione era realtà del dono della vita, comunione col silenzio rabbrividente delle cose, la realizzazione dell’uomo sulla morte, singolo atto rivoluzionario tuttora scandalo per ogni sorta di religione”. Nonostante ciò Luca, infine, si arrende al sentimento di Gabriele con un impulso involontario dettato da un istinto emozionale ormai svelato ed accettato. Maurizio Gregorini riesce con abile destrezza poetica a descrivere tutti gli stati progressivi di una passione travolgente nelle pagine più belle del romanzo dedicate allo scambio virtuale di e-mail tra i due protagonisti. Lo scrittore arriva a donarci la verità lirica del sentimento attraverso le parole che si fanno flusso emotivo e che connettono i due amanti in una comunicazione intensa, struggente, profonda, anelito ad una musica rapsodica dell’anima. Un romanzo epistolare avanguardisticamente strutturato, emotivamente contemporaneo, testimonianza del nuovo modo di comunicare tempestivamente, quasi in tempo reale, i propri stati d’animo. L’intreccio narrativo si snoda attraverso i dialoghi iperattivi degli innamorati, zampillo di parole convulse, avvolte dal mistero ombreggiato e velato dell’amore, con i dubbi e con le incertezze delle seduzioni fascinose del sentire. Ma, una volta superate le esitazioni dopo l’incontro fisico, sensibile, corporale e carnale tra Luca e Gabriele, l’amore diventa rivelazione della vera identità della vita attingendo al mare indifferenziato dell’unità oltre la molteplicità fenomenica del divenire. Così, “Neve e sangue”, si mostra quale titolo significativamente emblematico. La neve: simbolo di purezza, di candore, di spiritualità intatta. Il sangue: la vita sensuale, la passione, lo scorrere, il divenire, la morte. Maurizio Gregorini, come già espresso in tutta la sua poetica, torna alla romantica antinomia tra apollineo e dionisiaco, tra la vita dello spirito e la vita della carne, riuscendo però, con queste pagine, a superare la dialettica hegeliana degli opposti attraverso la perfetta sintesi di amore e morte. Fatalità nell’incontro tra i due amanti, fatalità nell’addio alla vita terrena. Il romanzo diventa lo svolgimento perfetto di una sorte annunciata, di un viaggio ai limiti dell’umano possibile, della liberazione dalle invadenti entità morali del nostro tempo. La vita si realizza in modo compiuto attraverso la morte descritta come incontro trascendentale con il proprio destino. L’uomo individua sé stesso solo trasgredendo i limiti, nell’eccessività della passione o del dolore, in attesa di trovare le risposte alle contingenze umane, apparentemente inspiegabili, nel momento culminante dell’ultimo abbandono. Avviene quindi una sorta di scarificazione, di spoliazione corporale per una significazione totale di ciò che va oltre l’esistenza terrena. La relazione amorosa tra Luca, omosessuale maturo e capace di donarsi completamente, e Gabriele, inesperto amante bisessuale, lontano ancora dal comprendere appieno l’intensità di una passione omosessuale “condivisa” perché legato agli schemi mentali e sentimentali del possesso egoistico dell’altro da sé, è la storia di due destini che s’incontrano e che ineluttabilmente sfociano nel dramma della morte. Ma nulla è puramente casuale, tutto avviene perché deve avvenire: come ci aveva già dimostrato il suo antologico “Vortici. Poesie per l’altro amore”, il destino dell’uomo è forse già scritto nella mente di Dio.
La neve e il sangue per vivere l’amore di Clara Habte Italia Sera, 21 luglio 2007
Dopo aver ottenuto una nomination per la categoria “Miglior rapporto qualità/prezzo del 2006”, “Il male di Dario Bellezza” (Stampa Alternativa, 200 pagine, 13,00 euro) di Maurizio Gregorini vince il Premio Mangialibri (per sapere ogni notizia della premiazione basta consultare www.mangialibri.com). E’ inoltre presente nelle librerie il suo nuovo romanzo “Neve e sangue” (Edizioni del Cardo, 95 pagine, 10,00 euro), storia d’amore tra Luca, poeta affermato e Gabriele, giovane albergatore da poco sposato, ma inconsapevolmente ancora alla ricerca di una sua dimensione esistenziale. Tra i due nasce immediatamente una simpatia che dà a Gabriele l’occasione di scoprire dentro di sé pulsioni insospettate. Ne emerge un tormento che sconvolge quella che a lui sembrava una normalità definitivamente acquisita. Così, dubbi e angosce, si vanno attenuando piano piano fino alla accettazione di una dimensione nuova. Il linguaggio utilizzato da Maurizio Gregorini è allusivo e denso all’unisono, decisamente poetico, coinvolgente e gradevole, tale da commentare senza riserva la storia di una passione che troverà la sua risoluzione nella morte. Maurizio Gregorini, co-conduttore di “Outing”, trasmissione orami divenuta cult, trasmessa su Teleroma56 (877 tramite la piattaforma Sky) e conduttore del programma radiofonico “Un disco e un libro da comprare”, di cui è anche autore, in onda su TeleRadioStereo, per festeggiare la premiazione ottenuta e l’uscita del romanzo sarà il 22 agosto a Firenze (ore 21.30, in Piazza santo Spirito) dove, durante la rassegna letteraria “Pagine in Piazza” curata da Gabriele Ametrano, presenterà i suoi ultimi lavori. Noi l’abbiamo intervistato. - Gregorini, come ha reagito alla vincita del Premio Mangialibri conquistata con “Il male di Dario Bellezza”? “Con stupore, come del resto mi accadde quando Stampa Alternativa mi comunicò, nel marzo scorso, la nomination ottenuta. Nessuno, incluso me, avrebbe immaginato tanto, ossia che dei lettori amassero e premiassero in modo particolare un libro tutto sommato crudo, difficile, di certo fastidioso (la premiazione è avvenuta tramite web e si tratta del primo premio italiano on line). Pensi che la nuova edizione, su cui ho lavorato un anno intero, è stata praticamente respinta da vari editori. Allora: com’è potuto accadere che è stato accolto con tanta generosità? Me lo chiedo anch’io e non so darmi risposta. Ma col tempo ho accettato il fatto che alcuni libri godono di vita propria e forse la revisione del testo soprattutto ora -rispetto alla prima edizione del 1997, edita da Castelvecchi-, ha permesso una rivalutazione letteraria ed umana di Dario Bellezza, poeta difficile, dal carattere scontroso, ribelle, ma uomo di grande fascino e di un alto livello culturale, qualità a cui noi italiani non siamo più abituati. L’averlo avuto come amico, l’averlo potuto frequentare, ha permesso il dipanarsi di una empatia che di rado avverto per altri poeti. Magari i lettori restano intrigati dal tipo di scrittura, da uno stile, il mio, che tende a coinvolgere chiunque si appresti a fruirne. O magari è frutto dell’impegno di qualche angelo custode che protegge, per mio conto, quella parte del lavoro che considero fondamentale se si desidera avvicinarsi al mio mondo poetico”. - Ciò che dice appare strano se si considera che da tempo lei va ripetendo la necessità intima di distaccarsi dall’opera dedicata all’amico Bellezza. “Sì, forse ha ragione. Ma il distacco che vorrei si avverasse è da intendere come liberazione da una gabbia in cui, malgrado tutto, mi ritrovo imprigionato. Non nascondo che il saggio su Bellezza ha permesso al mio lavoro poetico di essere conosciuto da molte persone; però è altresì vero che io non sono il biografo di Bellezza, io sono Maurizio Gregorini, ed essere conosciuto, apprezzato solo per l’impegno svolto nei confronti del mio amico poeta pone in ombra alcuni scritti da me considerati felici, quali ‘Attesa di luce’, ad esempio. Inoltre, speravo che con la dovuta distanza degli avvenimenti accaduti, alcuni riservassero nei miei riguardi un giudizio più sereno rispetto al passato. Ma questo non è successo: sono stati molti i nemici conquistati quando il libro apparve dieci anni fa e attualmente sono in parecchi ad essersi aggiunti alla lista. Sono cosciente di risultare fastidioso, soprattutto a certi letterati che non mi perdonano l’affronto offertogli con ‘Morte di Bellezza’, ma io proseguo per la mia strada, totalmente indifferente alle accuse che mi si rivolgono. Ripeto che la nuova edizione del volume è servita a guardare con lucidità maggiore, la testimonianza di un dramma. Quando pubblicai presso Castelvecchi l’opera, censurai parte del dattiloscritto perché credevo che i tempi non fossero maturi per certe verità. Ho compreso che i tempi non sono maturi nemmeno oggi e che le verità, se sbattute in faccia con chiarezza, inducono alla riflessione, alla consapevolezza, e questi sono stati di cose che gli altri non perdonano. Per quel che riguarda me, posso solo dire di essermi liberato di un peso che ancora gravava sul mio animo, una scarcerazione che mi permette di pensare al mio lavoro, alla poesia, con una responsabilità diversa, oserei dire smarrita dopo la vicenda vissuta con Dario Bellezza”. - E’ appena apparso “Neve e sangue”, una prosa forse difficile, se si riflette sulla relazione omosessuale come alla conquista naturale di un amore ‘altro’, non crede? “Mi resta difficile parlare dei miei libri, nel senso che dovrei rivelare cose decisamente intime, meccanismi del mio carattere, tra l’altro a volte impossibili, forse sgradevoli, che solo io so decifrare (non mi sono ancora imbattuto in una persona più complicata di quello che io sono). Ma qui entra in gioco un altro fattore, e cioè cosa intendo io per omosessualità o cosa significhi per me la condizione omosessuale. Non sono portato a credere, come molti sostengono, che gli omosessuali siano una casta a parte, individui sensibili a cui spetta il compito di spiegare alcuni tipi di emozioni; e poi, a me l’idea di insegnare qualcosa, di porgere un messaggio al prossimo non solo mi inorridisce, ma scende in conflitto con una natura spirituale, la mia, fatta esclusivamente di intuizioni, di sensazioni istintive, che parlano direttamente al mio cuore. Una situazione comune ai poeti, almeno spero. E si tratta di intuizioni, di percezioni che allontanano nettamente ciò che gli altri si sentono in dovere, in diritto di consigliarmi (intendo dire coloro che mi sono intimi e che sono legati a me da sentimenti di affetto vero). Sebbene gli amici e i famigliari possano volere il mio bene, non è detto che questo loro modo di vedere non mi allontani del tutto dal raggiungimento della gioia, o di quel che io considero una felicità possibile. Detto ciò, cosa le fa sostenere che la mia esperienza possa essere di aiuto agli altri? Il mio obiettivo non è di piacere, di consigliare, ma di aprirmi il più possibile e con amore, al mondo che mi circonda. Il mio obiettivo è partecipare, con le mie possibilità, ad un risveglio della consapevolezza, non di vincere una guerra che tra l’altro per me non esiste: risultare uno tra bravi, uno dei migliori, uno che vende più di un altro; capisco che si tratti di giochi stupidi a cui tutti si abbandonano, ma quel che a me preme è far intendere che l’amore, quello vero, l’amore spirituale che è in noi naturalmente anche prima di nascere, può manifestarsi spontaneamente, facendo sbocciare la sua magnificenza anche in situazioni ingrate, dure. L’amore vero, se libero e scevro da condizioni sociali, apre un varco nel nostro animo, è un frutto che matura in ogni stagione. E di questo resto convinto. E dunque, come negare che ‘Neve e sangue’ sia una storia d’amore? Non posso farlo. Però aggiungo che non è una storia gay; o, se vuole, questo è un dettaglio utilizzato per approfondire le complessità dell’animo umano. Va da sé che, essendo omosessuale, sono portato a considerare le storie tra uomini; non saprei fare diversamente, non mi interessa scrivere su ciò che non conosco. Ma non penso che se la mia natura fosse stata, ad esempio, eterosessuale, ‘Neve e sangue’ avrebbe goduto di un risvolto diverso. Casomai diverse sarebbero risultate le identità dei personaggi e non le loro profondità”. - Ma lei non può affermare che il romanzo non sia a tematica gay. Cosa fa, rinnega sé stesso? “Lei mi è molto simpatica. Ha letto il libro?” - Sì, e, pur essendo un eterosessuale, non nascondo che mi ha coinvolto parecchio. Mi piacerebbe vivere una intensità tale con un uomo. Non mi è mai capitato e, forse, nell’eterosessualità è difficile che un amore simile si faccia spazio con naturalezza. “Senta un po’: perché le resta difficile ammettere che siamo tutti uguali? Che non vi sono differenze nell’intimità dell’anima? Ciò le reca disagio? Le mette paura? Credo che l’unico timore da temere sia la nostra incapacità nell’accettare gli altri come sono, non come vorremmo fossero. Ecco, è qui il punto. Sebbene forse risulti scomodo da accettare, ‘Neve e sangue’ suggerisce di misurare la vita non in conquiste, in giorni o anni, ma in lezioni da apprendere, senza perdere mai il coraggio di correre dei rischi. Per questo le esperienze passate vanno sì ricordate, ma subito dopo dimenticate con la stessa veemenza. ‘Neve e sangue’ suggerisce il perdono come via possibile ad ogni guarigione del proprio io. Anche noi siamo portati a fare cose che condanniamo negli altri: allora, se vogliamo essere perdonati, dobbiamo saper perdonare. Tutti i grandi mistici ci insegnano che perdonare non vuol dire dimenticare, ma comprendere. Impareremo mai? Non so. Le dico ciò per farle intuire che una qualsiasi comprensione dell’intelletto, senza però una applicazione dei rimedi, risulta difficile. E l’unica applicazione la troviamo nell’esprimere l’amore. Ma non l’amore che ci fa finire dentro un letto abbracciati e forse paghi del sesso, non l’amore che induce e costringe l’oggetto amato a rinunciare alla sue possibilità nella vita. No, no. Parlo dell’amore quale possibile strada per trasformare le nostre paure della mente in conoscenza e gioia. Inoltre il mio romanzo si sofferma su come riappropriarsi del concetto che ognuno di noi è un essere divino: solo la verità dell’amore può permettere la rinascita. E non è un caso che la complementarità delle anime gemelle di Luca e Gabriele intende mostrare al lettore (ma anche a me stesso) come la liberazione da ogni condizionamento è un evento possibile, e che gli individui posseggono una moltitudine di caratteri, di vite, e non una sola personalità. E quantunque il linguaggio della masturbazione che si sposa con l’uso della preghiera quotidiana rivolta a Dio risulti a molti lettori sgradevole, mi preme che si capisca chiaramente il senso dell’odore profetico che nutre il cuore di ognuno di noi. Secondo la fede ebraica, i profeti non erano solo persone in grado di prevedere il futuro, bensì anime elette da Dio per parlare in sua vece (veda i poeti, i musicisti), ammirati da tutti per questa loro vicinanza all’Essere supremo. Ecco, anche se può sembrare scandalosa, irriverente, data la risvolta sessuale e appagata del loro incontro, la mia supposizione è che Luca, quanto Gabriele, siano degli angeli incarnatesi sulla terra per adempiere, non solo ad un destino già segnato, voluto, ma al proseguimento della loro evoluzione spirituale”. - Il suo è un libro autobiografico? “E’ importante saperlo? Cosa cambia alla struttura del romanzo? Ad esempio, cosa aggiunge alla sua vita il fatto di gustare se si tratti o no di un amore vissuto realmente? Pure se si trattasse di un evento accadutomi, proporre al lettore il memoriale di un sentimento non altera una verità di fondo: al di là della possibile precisioni di particolari, si consegna una galleria di emozioni che sono parte della esistenza. Magari se non della mia, della vita degli altri. E del resto, la vita di un poeta, non è tale? Allora, premesso che ogni cosa scritta è parte dell’autore, mi soffermerei di più su di un aspetto fondamentale del romanzo, perlopiù trascurato: in questo mondo si è soli, e se non si riesce a vivere in solitudine, a confrontarsi con il dolore, non si avrà mai la possibilità di conoscere sé stessi. Ecco, in questo le ammetto che è un libro decisamente autobiografico. L’amore, per un poeta, è il solo linguaggio ammissibile affinché il segreto di un risveglio permetta la condivisione della bellezza di questo mondo. Sa, Osho sostiene che ‘è sufficiente cambiare un angolo di ignoranza in una fiamma illuminata, far passare una persona dal buio alla luce, per cambiare una parte del mondo’. E’ quel che nella mia miseria e nelle mie possibilità ho cercato di fare con ‘Neve e sangue’. Che poi ci sia riuscito o no, è altra faccenda. Non mi preoccupo di fallire, e non mi riguarda se abbia colto o no il bersaglio: averci provato per me significa già tanto”. - Continua sempre a sostenere che per i poeti l’amore è basilare. Non le sembra una utopia desueta? “Non si offenda, ma da come parla lei risulta una ragazza lineare, priva di qualsiasi oscillazione dello spirito. Non credo lei sia questo, come io non sono un poeta razionale: quando scrivo poesia so di connettermi coll’inesplicabile, so di essere in stretto contatto col mio mondo di morti, quello che agisce nell’emisfero destro del cervello. Penso che la chiave fondamentale di ogni cosa sia la comprensione. Mi segua bene: quando si ha una esperienza spirituale intensa (a me è capitata e ‘Neve e sangue’ ne è testimonianza), dentro di noi si accende l’energia dell’amore, un amore assoluto, trascendente, che lascia spazio alla saggezza, alla compassione. Perché non accettare il fatto che ‘noi siamo amore’? E’ la nostra natura, una componente che ci unifica a tutte le cose presenti sulla terra. Come le piante anelano la luce, si incamminano verso la luce, le nostre anime tendono verso l’amore, nell’energia che tutto racchiude. Non lo afferma anche il Dalai Lama quando ci rivela che noi dobbiamo vivere in armonia, tralasciando rabbia, astio, orgoglio, preferendo a queste afflizioni una dignità spirituale? Quando incontro altra gente, quando tento di dare amore, non vedo negli altri degli esseri stupidi o transitori, bensì delle anime simili a me. Oh, non creda, sono perfettamente cosciente che una tipica maniera di vivere non solo mi allontana dalla comunità, ma crea difficoltà insormontabili per la mia persona. Ma, tornando alla sua domanda e concludendo, io sono un poeta. E i poeti sanno bene che siamo qui per imparare a ricevere amore e a darlo. Solo nella partecipazione si può arrivare a toccare quell’energia dell’amore che permea ogni aspetto della vita. E in ultimo le aggiungo: quando accetteremo che noi siamo anima e spirito e non corpo e cervello? Sempre il Dalai Lama (che mi affascina terribilmente) ci induce a vivere la lezione più significativa della vita: è cioè imparare l’indipendenza, emanciparsi da ogni possibile attaccamento, aspettativa, opinione. In altri termini: smettere la dipendenza da qualsiasi cosa. Ecco perché il vero poeta conosce l’amore, si ritrova nelle parole del Dalai Lama (come in quelle di Gesù e Osho): sa che l’amore non è dipendenza, ma lo stato assoluto, incondizionato, dell’anima e che non chiede nulla in cambio. E che si sappia senza remore: la compassione, l’amore, il bene, sono stati che vanno espressi naturalmente e farlo non è mai troppo tardi. Però, se continuiamo a far restare chiusa la nostra mente, mai potremo imparare qualcosa di nuovo. Chi si trova in questo stato di chiusura psicologica non intuisce che l’esperienza diretta è più forte di qualsiasi credenza, di qualsiasi fede. Ecco, ‘Neve e sangue’ propone anche questo ”. - Per chi scrive e perché? “Non ne ho la minima idea. Forse lo faccio perché mi piace vivere”. - Cosa sta leggendo? “Oserei dire rileggendo. In questo periodo Joyce Carol Oates, Dalai Lama, Brian Weiss, Krishnamurti, Anne Rice, Thich Nhat Hanh e Sylvia Browne. Letture fondamentali per capire se stiamo facendo del male a qualcuno inconsapevolmente”. - L’amore può salvare il mondo? “Ah ah ah, lei è molto divertente. Ma proprio a me lo chiede? Non sa darsi una risposta da sola? Guardi, le risponderò dicendole quel che ho compreso dopo aver letto tutta l’opera di Weiss: penso che agognare alla felicità significhi ricordare che siamo anime immortali, e soprattutto che non siamo in competizione con nessun’altra anima: ognuno di noi ha un proprio carattere, un proprio destino. Ora, io resto certo che le anime più evolute, progredite, tendono la mano con amore e compassione a chi non si è ancora risvegliato, a chi crede che vivere sulla terra voglia dire essere corpo e non spirito. Anime senzienti di creature che ci scuotono dal sonno, dal letargo. Credo che la vera ricchezza sia dentro di noi, una ricchezza divina, spirituale, quella che ci fa dire le cose per quello che sono. In altri termini: la verità, la realtà spirituale. Quella sì, può salvare chiunque. Parlando di me le dico che ‘Neve e sangue’ è frutto di una verità sconvolgente e come può ben capire, la verità di rado è popolare, perché viene da dentro di noi. Non so se l’amore possa cambiare o salvare il mondo. Ma so con certezza che i grandi maestri spirituali si sono soffermati sul predicare l’amore e la compassione, tralasciando di accumulare ricchezze materiali, di risultare meschini, arroganti. Se c’è un inferno, beh quello è l’ignoranza, il male. E il male, come l’ignoranza, vivono dell’assenza di luce. Forse il rimedio -ma lo dico a me stesso, non a lei- sta nel ricordare, riscoprendola, la nostra divinità, la nostra natura spirituale. Noi non siamo essere umani che stanno provando una esperienza spirituale, ma creature di luce che stanno facendo una esperienza umana. Se ciò ci capisse senza difficoltà, di certo il mondo muterebbe il suo egoismo”.
Novità – “Il male di Dario Bellezza” vince la prima edizione del Premio Mangialibri “Si scrive per comprendere meglio sé stessi” Continua da parte del pubblico l’interesse sulla vita del poeta romano di Stefano Di Giuseppe La Voce, 24 agosto 2007
“Il Male di Dario Bellezza”, libro di Maurizio Gregorini, aveva già ottenuto, nel marzo scorso, una nomination per la categoria “Miglior rapporto qualità/prezzo del 2006”. Ora la stessa opera, presentata l’altro ieri sera a Firenze nell’ambito della rassegna letteraria “Pagine in Piazza”, è divenuta vincitrice del Premio Mangialibri (per sapere ogni notizia della premiazione basta consultare www.mangialibri.com). E’ inoltre presente nelle librerie il suo nuovo romanzo “Neve e sangue” (Edizioni del Cardo, 95 pagine, 10,00 euro), storia d’amore tra Luca, poeta affermato e Gabriele, giovane albergatore da poco sposato, ma inconsapevolmente ancora alla ricerca di una sua dimensione esistenziale. Nel romanzetto il linguaggio utilizzato da Maurizio Gregorini è allusivo e denso all’unisono, decisamente poetico, coinvolgente e gradevole, tale da commentare senza riserva la storia di una passione che troverà la sua risoluzione nella morte. Co-conduttore di “Outing”, trasmissione oramai divenuta cult, trasmessa su Teleroma56 (877 tramite la piattaforma Sky) e conduttore del programma radiofonico “Un disco e un libro da comprare”, di cui è anche autore, in onda su TeleRadioStereo, Maurizio Gregorini ci parla dei suoi libri e dei prossimi progetti. - Come ci si sente ad aver ottenuto un premio con un libro, quello sul poeta Dario Bellezza, decisamente difficile? “Felici, se lo si può dire. Ho già detto altrove che nessuno, incluso me, avrebbe immaginato tanto, ossia che dei lettori amassero e premiassero in modo particolare un libro tutto sommato crudo, difficile, di certo fastidioso se ci si sofferma sul fatto che la nuova edizione, su cui ho lavorato un anno intero, è stata praticamente respinta da vari editori. Allora: com’è potuto accadere che è stato accolto con tanta generosità? Io ne sono contento perché il mio libro ha -in un certo qual modo- permesso una rivalutazione letteraria ed umana di Dario Bellezza, poeta difficile, dal carattere scontroso, ribelle, ma uomo di grande fascino e di un alto livello culturale, qualità a cui noi italiani non siamo più abituati. Ma credo pure che i lettori siano rimasti affascinati dall’atto umano del saper accompagnare un amico ad esaminare con consapevolezza la morte, aiutando non solo lui ad affrontarne il cammino, ma chiunque vi resti coinvolto, me incluso. Sebbene la nostra società ci impone di vedere la morte come un fatto puramente clinico, essa è decisamente qualcosa di più: l’attimo d’alto valore psicologico e spirituale a cui non siamo preparati. Bisognerebbe accettare, una volta per tutte, che sapere e potere accogliere il dolore dell’altro, la sofferenza dell’altro, è parte integrante del nostro dirci uomini. Penso anche che, poco prima di morire, sia decisiva la scelta di restare con chi amiamo e ci ama, così scegliendo i pochi che possono interagire col dolore, ci si sente pronti anche ad intraprendere qualsiasi difficoltà che la vita ci impone. A tal punto che sapere della morte e preparandovisi con lucidità significa anche amare la vita ed imparare a vivere. E’ ciò che spicca dalla lettura di un libro sì forte, ma che probabilmente indica una interpretazione ulteriore per scoprire quel che spesso resta nascosto nella sacralità della esistenza”. - Con questa seconda edizione edita da Stampa Alternativa crede di aver concluso il suo viaggio nella esperienza avuta con Dario Bellezza? “Me lo auguro, perché io non sono il biografo di Bellezza; io sono Maurizio Gregorini, ed essere conosciuto, apprezzato solo per l’impegno svolto nei confronti del mio amico poeta pone in ombra alcuni scritti da me considerati felici, quali ‘Attesa di luce’, ad esempio. Le posso però dire che la nuova edizione del volume è servita a guardare con lucidità maggiore la testimonianza di un dramma. Quando la pubblicai dieci anni fa, censurai parte del dattiloscritto perché credevo che i tempi non fossero maturi per certe verità. Purtroppo ho compreso che i tempi non sono maturi nemmeno oggi e che le verità, se sbattute in faccia con chiarezza, inducono alla riflessione, alla consapevolezza, e questi sono stati di cose che gli altri non perdonano”. - “Neve e sangue”, il suo romanzo, a primo impatto appare difficile, soprattutto se si pensa all’amore omosessuale come alla conquista naturale di un affetto ‘altro’. E’ d’accordo? “Lei trova? Non so. Dovrei allora spiegarle cosa significhi per me l’omosessualità, e non penso che ora, qui, vi sia lo spazio necessario per poterle esplicare quel che mi premerebbe dirle. E comunque, non sono il primo a sostenere che quando si ama fino all’inverosimile, tutto il resto diviene nulla. L’amore vero, quello dell’anima, non è poi così distante dal sentirsi permeati di spiritualità. E quando si parla di spiritualità entra in gioco, almeno per me, una naturalità frutto di intuizioni, di sensazioni istintive, che parlano direttamente al mio cuore. Penso sia un accadimento comune ai poeti. Quel che mi ero prefisso era non di piacere o consigliare, ma di aprirmi il più possibile e con amore, al mondo che mi circonda. Anche in amore il mio obiettivo è partecipare, con le mie possibilità, ad un risveglio della consapevolezza, e di suggerire a chi mi legge che l’amore, quello vero, l’amore spirituale che è in noi naturalmente anche prima di nascere, può manifestarsi spontaneamente, facendo sbocciare la sua magnificenza anche in situazioni ingrate, dure. Come lei ben saprà, l’amore vero, se libero e scevro da condizioni sociali, apre un varco nel nostro animo, è un frutto che matura in ogni stagione. E di questo resto convinto” - Cosa l’ha ispirata? La sua è una storia autobiografica? “Sono in molti a chiedermi se si tratti di una storia capitatami. Ma a mia volta domando: è importante saperlo? Cosa cambia alla struttura del romanzo? Cosa aggiunge al lettore il fatto di sapere se si tratti o no di un amore vissuto realmente? L’amore, per un poeta, è il solo linguaggio ammissibile affinché il segreto di un risveglio permetta la condivisione della bellezza di questo mondo e detto ciò sì, ammetto che si tratta di un romanzo autobiografico. Ostad Elahi, filosofo, teologo e musicista iraniano (nacque a Jeyhunabad, in un villaggio dell’ovest della Persia. Suo padre, Hajj Nemat era poeta mistico, da molti riconosciuto come un santo), ci insegna che quando l’uomo riesce a penetrare sé stesso, ogni cosa si illumina e si svela. Dice anche che chi conosce la verità spirituale e ha la capacità di difenderla, ha il dovere di farla conoscere. Di certo lei si chiederà cosa c’entri tutto questo con ‘Neve e sangue’, ma se ci si sofferma con attenzione in alcuni paragrafi del libro si arriverà a leggervi quello che Ostad Elahi ha sostenuto per tutta la durata della sua vita: la pienezza della conoscenza è che un uomo intenda chiaramente perché ha scelto di nascere al mondo e, nel farlo, quali sono i suoi doveri e qual è il suo destino finale. Ecco perché le rispondo che il mio è un libro autobiografico: perché per poter capire l’amore bisogna penetrare in sé stessi e scrutare il proprio cuore: allora si vedrà che l’amore divino è ovunque e che l’origine di ogni cosa che ci capita è già in noi; ed è dentro di noi dunque che dobbiamo cercarne le cause, positive o negative che siano. Mi auguro di essermi penetrato abbastanza o quel tanto che mi era possibile. Ad ogni modo, quando scrivevo il libro, ascoltavo ininterrottamente ‘How can I tell you’ di Cat Stevens, canzone che adoro da quand’ero piccolo, e leggevo continuamente ‘Pensieri di luce’ di Ostad Elahi. Ma non so dirle se questi due autori sono stati fondamentali per la traduzione in parole della mia immaginazione poetica dell’amore”. - Per chi scrive e perché? “Non ne ho la minima idea. Forse lo faccio perché mi piace vivere. Ma credo, comunque, che scrivere racconti, poesie e saggi sia un modo per comprendere meglio la mia vita. O perlomeno un tentativo del tutto intimo per tentare di capirla. Che poi ci riesca o no, non è cosa di primaria importanza”. - Lei legge molto? “Sì, poiché è solo nella lettura che trovo risposta ad ogni mio quesito irrisolvibile. Leggere, oltre che recarmi piacere infinito, significa pure poter entrare senza difficoltà nel mondo degli altri. E gli altri per me sono importanti; non si sa mai abbastanza: bisogna saper imparare dagli altri. E siccome la società ci insegna che il progresso si ottiene per disciplina ed esercizio regolare, per il mio progresso spirituale rileggo volentieri le opere di Joyce Carol Oates, Dalai Lama, Brian Weiss, Krishnamurti, Anne Rice, Thich Nhat Hanh e Sylvia Browne. E, sempre più con assiduità in queste ultime settimane, ‘Reduce’ di Giovanni Lindo Ferretti, un libro per me fondamentale”. - Da quando è stato pubblicato due mesi fa, lei ha riletto il suo romanzo? “Sì e mi capita di soffermarmi spesso tra le righe di alcune pagine specifiche”. - E ha capito qualcosa in più di sé stesso? “Premesso che non mi è ancora capitato di incontrare una persona più complicata, bizzarra, di quello che io so di essere, ‘Neve e sangue’ mi ha finalmente aiutato ad intendere che la vita è una grande avventura dell’anima, un viaggio del sé, un viaggio nutritivo con chiunque si incontri e, citando le parole di Giovanni Lindo Ferretti, fortunatamente non tutti i viaggi si misurano in chilometri”.
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