Elitra Diafana Partitura

Albano Laziale, prima edizione maggio 2011

Edizioni del Cardo

 

 

ACCOGLIERE IL PAESAGGIO DEL PROPRIO CANTO

 

Dieci anni separano il nuovo libro di poesie dal suo esordio in versi, avvenuto con “Pensieri d’azzurro”; tempo in cui Raffaella Belli ha potuto maturare ed accettare con chiarezza, dentro di sé, la peculiare voce della sua poesia. Così, superate le ingenuità cui ogni poeta è soggetto in una prima pubblicazione, con gli anni la Belli è andata componendo un canto che sfugge alla cronologia e si impossessa di una sequenza privata, tutta intrisa di musica, che interagisce con la cognizione del potere creativo. Sono tra i pochi (forse l’unico) ad averle consigliato di non pubblicare versi con frequenza assidua, come sovente i poeti giovani intendono fare, proprio perché si possa gustare con calma e diletto la laboriosità dei temi che la Belli dona. A tal punto che leggendo ora i canti che strutturano “Elitra diafana” e “Partitura”, credo di non aver fatto nessun errore di stima: da ultimo libero dal gesto di ‘produrre’ poesia, qui il poeta si lascia finalmente ‘possedere’ dalla sua illuminazione; e lo fa come un’amata scivola tra le braccia del suo desiderio; come se l’inestricabile legame della tenerezza fosse qui rivolto ad evocare la presenza -l’unica possibile- della armonia di una compenetrazione: “Libera dall’assillo/ mi resta stretto/ il solo precipitare./ Busta di carta/ accartocciata sulla fragranza/ del pane caldo sfornato./ Attendo morsi avidi./ Bocche ingurgitanti./ Nell’odore che resta”. La tematica della natura, ricorrente nella sua opera quanto il bisogno intimo di mostrarne all’altro il suo spettacolo, fa sì che il poeta ponga il suo sentire al limite del comprensibile, tuttavia nitidamente chiaro se ‘letto’ con attenzione in ogni sua parola espressiva: “Un tuffo scellerato/ mi portò ad infrangere il mare./ Con un’altra carezza/ l’onda generosa/ accolse gli inquieti deliri”. L’amore per la vita, prima espresso quale possibile legame col prossimo, ora perduto in una visione della realtà circostante, nonché ricerca di una composizione armonica, rende le due raccolte qui riunite un unico tuono di brio, dove la disperazione di una solitudine avverabile tende ad una predisposizione estatica con cedimento sensuale. E’ uno splendore che racchiude ogni varietà di forma: il mutare del tempo, lo scorrere silenzioso delle stagioni, l’esistenza minima -ma sostanziosa-  d’ogni pianta e fiore e, su ogni cosa, un senso innegabile del morire, quasi si trattasse di un rituale di contatto mistico con l’effimero e con il sentimento di una fine. Vi è una scintilla nell’idea poetica di Raffaella Belli che incanta il lettore per la sua lingua semplice, per la temerarietà delle immagini, per l’uso del ritmo che anela allo spirituale, quasi vi fosse una imperscrutabile corrispondenza tra quel che accade al poeta e la vita a cui lo stesso Universo è costretto: c’è una veridicità che la Belli cerca di esprimere nella ‘ri-creazione’ della bellezza, nella vigorosa potenza creativa di un erotismo, effetto di una tensione multiforme che piano piano acquista consistenza: una attendibilità che urge dalla coscienza di sapere quanto la parvenza poetica sia l’unico mezzo espressivo per poter intensificare al massimo l’impressione. Nelle sue poesie, mai viene meno la fase fiduciosa della concezione cosmica e mai la proclamazione della fascinazione di un ‘presentimento’ sfugge alla capacità del poeta di ‘ragionare’ sulle tematiche della realtà, cui non si sottraggono né una gioiosa vitalità che si unisce al senso del dolore, né una solidarietà cosmica. Non so se vi sia una realtà sociale nei versi della Belli; sebbene mi sforzi, non la so rintracciare (e nemmeno me ne interesso): so però che il suo trattato nasce dall’urgenza di comunicare con un ‘mondo’ giusto e possibile, capace di slegarsi da ogni eventuale etichettatura di linguaggio e senso, lasciando ad altri l’incarico di produrre canti di protesta. Questa cosa chiamata poesia, questo incedere nell’eterno del tempo, sembra debba essere vissuto senza sorta di sconfitta: “Sfiorare le labbra/ è canto imperituro/ di sonate trascendenti./ Nessuno ne udì il suono./ L’incanto delle iridi/ fu solo un possibile segno”. Mi auguro che i lettori di questo libro lo trovino stimolante, teso a pronunciare con semplicità quel che i soli occhi a volte non fanno notare, come testimonia la bellezza asciutta e severa che governa le leggi dell’universo o quell’‘insieme’ che naturalmente si cala nella ‘sensazione poetica del mondo’, di certo intima e irripetibile, ma che sgorga e inonda l’inafferrabilità del pulsare di un cuore: “L’onde ritratte dal vento dell’est/ liberano gli occhi/ da sedimenti incagliati/ di visioni non concluse./ Nell’acqua limpida e verde/ ora traspare il fondo./ Riappare il cielo tutto”.

 

 

DONO: FRAGRANZA DI MUSICA E SMARRIMENTO DI COSCIENZA

 

(Anche se mi definisco opinionista) so che non è cosa semplice per un critico comprendere se un tale autore potrà godere di una carriera letteraria. Il compito diviene più arduo se la valutazione su cui bisogna esprimersi è, di fatto, la poesia. Viviamo in un momento dove la poesia pare sia l’unica espressione cara a chiunque: tutti la scrivono, tutti si sentono lirici, chiunque crede di avere in tasca la verità in versi. Di qui la enorme confusione in cui versa il panorama italiano, panorama gestito sia mafie letterarie come dai pochi accademici che non intendono affatto lasciare spazio alle voci nuove, a meno che, queste, non vengano prese sotto la loro ala protettrice. Fortuna vuole che con l’avvento di Internet e con la possibilità di offrire i propri versi, la situazione in cui vengono a trovarsi i giovani poeti non è poi così tragica, anche se resta difficile una licenza, pubblicazione valida nella struttura fine a sé stessa, e non primaria pel fatto che possa essere autogestita: molti i libri dati alle stampe che lasciano il tempo che trovano, volumi che, oltre a immettere sfiducia nel campo poetico, non sono di grande aiuto nel cammino di un autore che desidera risposte da parte di un pubblico auspicabile. A spezzare questo sentimento dai tratti angosciosi v’è la lirica intensa e irresistibile -nella sua semplicità apparente-, profondamente toccante, di Raffaella Belli, che ha all’attivo una silloge dal titolo “Pensieri d’azzurro”, più altri versi inseriti nel Lunario della notte, agenda di ore notturne dove trovano spazio voci significative non soltanto poetiche. Da ciò che emerge leggendo più volte le poesie, appare evidente che intrattenersi sulla personalità di Raffaella Belli in qualità di poeta è cosa riduttiva rispetto all’interesse che lei ha nei riguardi della vita. Però è la poesia, posta al centro della sua esistenza, a ribaltare il senso compiuto delle cose; una poesia dove viene espressa la moltitudine la molteplicità dell’animo non solo. Quel che appassiona Raffaella Belli è un evidente risveglio nei confronti della natura, cui ella va incontro senza dover per forza di energie esterne tradire il senso della parola. Di qui la sua musica costante, una attrezzatura di note dove vengono ospitate le meraviglie del creato quanto dell’esservi dentro, un canto da cui non emerge nessun lamento possibile, piuttosto un profetismo che permette di entrare senza difficoltà ai temi della natura, natura lirica composta di paesaggi, alberi, colori, lune (ve ne sono varie nella sua manifestazione primaria), orizzonti, case, mari, e su tutto questo la presenza aleatoria dell’uomo, quasi a voler indicare uno sposalizio tra l’essere e il mondo di cui egli è parte, che lo accetti o lo rifiuti non ha importanza. Tant’è che la Belli pone l’accento su quale sia –tuttora- l’equilibrio e la misura che unisce l’uomo al dolore e  l’animo alla violenza, tragedia questa, che infligge a quel che ha intorno a sé, un dolore. Patimento che, a detta del poeta, dovrebbe far emergere una possibilità di salvezza. Ecco allora che la poesia fa il suo corso: per Raffaella Belli essa è segno di armonia indiscutibile, roccia su cui edificare il senso della nostra vita. Quale la partenza e l’arresto di questo meccanismo? Ci vorrebbe un tempo infinito per capire quel che mai potremmo intuire; ma dalla lettura emerge un dato sicuro: più si dà attenzione alla ritmica vorticosa della parola, più se ne gode il frutto, quasi ci si sottoponesse ad un rumore assordante di bellezza a cui non vorremmo sottrarci. E’ la motivazione che spinge il poeta a utilizzare forme oramai desuete alla superficie, come dire che per godere della magnificenza di una casa apparentemente bella ma non coinvolgente, noi dovremmo assumerci il compito di andarne a scoprire gli intonaci, la posizione dei chiodi e la messa a punto dei pavimenti, prestando pure attenzione ai tenui colori che ne vestono le pareti, a loro volta incastrati alla nudità della costruzione stessa: per entrare nel mondo poetico dell’autrice è necessario non perdersi ogni frase, ogni passaggio, che gode di un tempo proprio, aderirvi con tutto il sé profondo, con le fluttuazioni del ritmo e l’indomito capriccio di impossessarsi del motivo di fondo: è ciò che permette il raggiungimento di una lucidità poco consona al tipo di vita attuale. Il grado di vertigine che aiuta a notare le cose con occhi meno feriti si manifesta con una onestà imbarazzante, quasi una finta arte della fuga: (dai cinque movimenti della “Sinfonia della luna”, nel Lunario della notte) “ Luna dalle labbra protese,/ baci la superficie/ increspata del lago/ che un enorme sole ti mostra./ Luna dagli occhi sgranati,/ guardi te stessa riflessa/ rughe d’acqua sulla pelle/ e il bacio promesso/ d’aria diventato/ il vento beffardo/ porta via con sé; e ancora nel finale di “Mareggiate”: “…Mareggiate velocissime/ spumeggiano rapide/ verso la timida/ mezzaluna crescente/ e non raggiungendola mai/ lontana dall’acqua/ rinserrano frenetiche/ su loro stesse/ le onde deluse/ e corrono lunghe/ nel rifugio blu/ profondo oceano./ Oceano,/ dove i turchesi di tutti i mari/ si fondono nella loro dimora”. Perché mai Raffaella Belli pone la natura al posto dell’umanità? Quale il senso di tanto disagio? Ribadisco, se ci mettessimo con una lente d’ingrandimento ad individuarne le trame, noteremmo che l’autrice preferisce chiamare in causa le forze della natura piuttosto di pugnalare al cuore con precisione indomita la disgrazia dell’uomo. Evita la sua presenza perché sa che essa le regala la più immensa felicità, e dunque l’infelicità dei legami terrestri. Da quanto tempo Raffaella Belli vive con la poesia? Quando ella è cresciuta nell’altra? Come è avvenuto l’accadimento? Difficile da mostrare; l’unica certezza è data dal fatto che nulla può separare un matrimonio simile, una esigenza del respiro, tant’è che quando la poesia avrà compiuto il suo corso, riusciremo ad avere con chiarezza estrema la visione della Belli, ad udirne ed apprezzarne i fasti, a tal punto che il silenzio di un dolore diviene vicinanza e non amarezza:”In fondo al mare/ non si ode movimento/ lunghi ciuffi d’alghe/ tra anfore spezzate/ protendono verso la luce/lontana/ braccia bramose di sole./ Nell’onda rapida/ si ode tutto il blu del mare:/ voci remote/ voci recenti/ non più distinte/ insieme infrante sulla riva/ raccolgono la vita/ e liberano il tempo” . Dunque: quale la passione che consuma il poeta? Quale il motivo di speranza? Come dare vita a ciò che è inafferrabile? Cambiamenti, mutazioni, quel che è cotto non può di certo tornare alla sua origine di crudezza: né di nuovo si sigilla il fondo fiducioso della nascita: quel che è accaduto, qui viene sofferto quale scappatoia inesistente: accettare la condizione del dolore, il mistero del canto e la debolezza della carne, porre le cose al loro giusto posto evidenziandone l’istinto, fare del colloquio mistico che si ha con la natura la risoluzione della rovina di un buio sulla divinità della luce. Ecco allora che i versi della Belli si offrono come dono possibile, si offrono nella loro fragranza intera, si offrono per accedere al bilancio possibile che estrometta il nulla: dono di musica, dono sufficiente, in cui, tramite la sofferenza, vivono la felicità e l’immagine del bene: felicità di poterne udire il canto, e bene di rendere nuovo, sconosciuto, lo smarrimento della coscienza.

 

 

SOGNO DI FRUTTI MATURI

 

Poesia ed erotismo. Scegliere sensualmente versi della Belli potrà apparire scandaloso, può porre in allarme chi non prova il desiderio di scendere nelle viscere di quel che possa essere un appagamento passionale. Del resto, quando più di un anno fa il mensile d’immaginario erotico “Blu”, realizzando una intervista sul mio pensiero erotico, andava chiedendomi se esisteva differenza tra l’erotismo e la pornografia, rispondevo:”Direi di sì. Da noi l’erotismo è legato alla religione, nel senso che si nutre del peccato. E’ il peccato che rende l’erotismo tale. Certo, mi riferisco all’erotismo alto, puro, non al sesso comune, libero, dunque pornografico, in cui tutto è concesso. Del resto l’erotismo ha anche il senso come negazione di qualcosa che non è facile ottenere e che è in grado di scatenare l’inconscio. Ma anche in questo caso tutto è relativo. Chi può dire che una pornografia estrema non possieda un linguaggio erotico?” Ancora vi chiederete quale sia la motivazione che mi spinge a prendere in considerazione risposte simili; ma chi può con certezza quale sia la ragione che ci spinge a definire una cosa erotica a dispetto di un’altra che non è consona alla nostra sensibilità? Di qui l’urgenza del tutto intima di voler mostrare al pubblico l’erotismo innato, alto e sensuale (cui l’amore non subisce divorzio) della poesia di Raffaella Belli, poetessa da me apprezzata e stimata in modo anomalo (perché nasconderlo?), del cui desiderio d’amore in versi appaga ogni sete possibile: “incombente su di me/guardavo il fiume esausto/ raccontavo di sogni”. Capisco che si tratta di versi anomali, che non aiutano ad intendere il cuore amoroso del poeta, poiché, afferrandola, si rivelerebbe a noi una natura crudele, dove la percezione dell’amore come dell’erotismo è apertura totale, abbandono e all’unisono fiducia profonda, un libero atto di sensualità che ci permette di “donare frutti maturi/ rotondità carnose”, o di avvertire “ i passi nella strada” come “sonorità veloci” dunque bizzarre, quasi un orgasmo frenetico delle parole che qui “concedono al blu dell’aria/ il piumaggio rosso: acqua blu d’oceano”. Come deve essere difficile provare sentimenti d’amore, sensazioni di erotismo! L’animo è appesantito da una rabbia e da una stanchezza profonda che vuole l’erotismo legato al sesso mercenario, l’amore utilizzato come scambio di solo consumo dei corpi. La visione della Belli non è poi così lontana da far sì che lettore si spinga a individuare, tra le righe, una rivelazione possibile, dato che far “sentire direttamente i sensi” o far “arrivare in modo diretto il gusto del cuore”, può spaventare a morte, ridurre la possibilità di chiarezza nutrendola di sola suggestione. E sia l’erotismo come l’amore non possono permettersi il lusso di alimentarsi di una sola fantasia. Basti pensare ad alcuni suoi titoli, tipo “Eruzione”, “Lampi”: cosa c’è di più erotico della eruzione di un vulcano paragonabile alla violenza dell’orgasmo, dell’uscita del seme?, o della elettricità di un lampo, accostabile alla elettricità dello scambio dei corpi tanto anelata da Walt Whitman più di cento anni fa? Ognuno di noi conserva dentro di sé una minima dose di follia che ci permette comportamenti anomali, inspiegabili; dunque non dovrò motivare la mia follia nell’intendere erotica la poesia della Belli, proprio perché anch’io, da poeta, non fuggo verso qualcosa ma da qualcosa. Però posso suggerire (a chi ne avesse voglia) quale sia –per me- l’erotismo scatenante di tanta poesia belliniana: il cammino del passaggio degli elementi verso altri elementi (mi riferisco quando dalla pietra si scivola al mare, dal fuoco al mare e, ancora, dalla carne al mare), un erotismo che vede l’acqua come uno tra i protagonisti possibili e dove anche il corpo di un airone può trovare riposo dissolvendosi. Nella mia esperienza di lettore di poesia, trovo che l’errore profondo sia fare sempre poco; la curiosità viene appagata quando si inizia a prestare attenzione alle cose vicine, dunque limitarsi a sperare significa spegnersi sognando. Intendo dire che ogni cosa deve suggerire il senso della intensità, sprigionare la fantasia, rivelare e oscurare all’unisono: insomma: dare delle tracce che ognuno di noi potrà seguire come meglio crede. La poesia di Raffaella Belli va dipanandosi in una scenografia illimitata, dove è importante mescolare l’istinto alla vita dell’universo. Ecco: per amore, per erotismo, si intende anche questo: l’accadimento di un senso legato all’estetismo della bellezza o alla pronuncia di una parola capace di avvolgerci, allo stesso modo in cui ci fa sua la vastità profonda del mare; quel mare da lei cantato e dove tutto scivola, fondendosi infine in un unico elemento poetico.

 

 

 Raffaella Belli

 

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