VORTICI

Prima edizione, Roma maggio 2002

Editrice Ianua

In copertina: Autoritratto di Giuseppe Dato

Sottotitolo "Poesie per l'altro amore"

Quarta di copertina: nota di Agostino Raff

Opera vincitrice della trentaduesima edizione del

Premio personalità europea

Edizione esaurita

 

   Nel mondo poetico di Maurizio Gregorini c'è una quarta dimensione: dimensione inafferrabile che il suo verso evoca intorno alla scultura delle emozioni. Attrezzeria, armamento di Gregorini sono di bottega solida; questo per dire che il poeta, con radici nel Lorca più fatato, nel Whitman panico, nell'Esénin epico e nostalgico - per non citare che i prediletti - nasce robusto. La scrittura di Vortici è a prova di tempo, come il bronzo e la pietra, ma anche (circa la citata quarta dimensione) a prova di quel tempo incommensurabile che è delle fioriture delle morti delle stagioni. Lacerazione intima, requisitorie, odio per l'inerzia di categorie mentali, contraddizione amorosa, avidità spirituale, disperazione esaltata della speranza (e naturalmente viceversa), infine un bisogno di ricondursi alla umiltà onnipotente di creatura divina e peccatrice. Di divino è permeata ogni parola che Gregorini trasceglie dal suo conscio e dal suo inconscio: ciò è avvertito anche dal lettore smaliziato, destinato ad arrendersi a questo magazzino verbale abbagliante, capace di associazioni improvvise di toni lontani com'è nella musica migliore. L'altro amore del sottotitolo è ambiguo: è anche amore alto e infine amore paradigmatico, quello di Dio, davanti al quale il nostro amore di carne non può essere che diacronico dicotomico catastrofico. Gregorini non vuole svelare questa realtà di vivere conosciuta e di cui ci si fa carico, ma la mette alla prova nella sua fucina come una massa di piombo, bombardandola di colpi di strali di fuochi. Quel che ne resta è un iridato reperto vulcanico, rutilante di cristalli ceneri concrezioni primavere grida rantoli sangue gioia putrefazione divinità. L'oggetto Vortice è così evocato con maestrìa antica, sapienzale. Quando Gregorini ipotizza di volersi concedere - ora - un silenzio di ripensamento sulla poesia, lo si può capire. Vortici è già una summa strada tracciata verso l'alto. Non so se le responsabilità poetiche radicali di un David Maria Turoldo, di un Betocchi, di un Rèbora o di un Testori lo chiamino a meditare sull'essere oggetto di Dio, con una intransigenza ancora più decisa. cero ciò avverrà attraverso una specie di emendamento: decantando l'aggressivo e sibillino senso profetico che Gregorini ha innato nel suo respiro, attutendo l'odio un pò picaro (e bellezziano) contro i compagni di sorte, trasfigurando l'orrore fortemente espressionista del tessuto organico e delle secrezioni ghiandolari, dal poeta chiamati con violenza a capri espiatori della nostra condizione terrena. Il silenzio annunciato di meditazione è garante di una nuova presa di coscienza sugli strumenti e sulla sostanza del fare poesia. E sulla maturazione di un Eden fortunato, espressivo, verso incognite vibranti.

Agostino Raff

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